Prima la persona. Poi la performance.

Nel mondo dello sport parliamo continuamente di performance.

Tecnica. Tattica. Preparazione fisica. Risultati. Statistiche. Minuti giocati. Obiettivi.

Tutto importante.

Ma prima dell’atleta esiste la persona.

Una persona che pensa, prova emozioni, interpreta ciò che accade, ha paure, aspettative, momenti di grande fiducia e altri nei quali mette in discussione le proprie capacità.

Ed è proprio da qui che dovrebbe partire qualsiasi percorso di crescita.

Prima la persona. Poi la performance.

Puoi allenare la tecnica, ma chi entra in campo?

Immaginiamo due atleti con capacità tecniche molto simili.

Il primo entra in campo pensando:

“Voglio provare. Se sbaglio, riparto.”

Il secondo:

“Non posso sbagliare. Devo dimostrare che merito di essere qui.”

Stesso esercizio.

Stessa partita.

Stesse indicazioni dell’allenatore.

Ma due stati mentali completamente differenti.

E quello stato può influenzare attenzione, decisioni, disponibilità a rischiare e capacità di reagire all’errore.

Per questo lavorare sulla persona non significa togliere importanza alla performance.

Significa costruire una delle condizioni che possono sostenerla.

Un atleta non è il risultato dell’ultima partita

Uno degli errori più pericolosi nello sport giovanile è confondere ciò che un ragazzo fa con ciò che è.

“Ho sbagliato un passaggio” descrive un fatto.

“Non sono capace” trasforma quel fatto in una definizione personale.

“Non sono stato convocato” descrive una situazione.

“Non valgo abbastanza” costruisce un giudizio.

Sono passaggi mentali apparentemente piccoli, ma possono cambiare profondamente il modo con cui un giovane vive lo sport.

Il compito degli adulti che lo accompagnano — allenatori, genitori, preparatori e professionisti — dovrebbe essere anche quello di aiutarlo a separare la prestazione dalla propria identità.

Hai giocato male?

Analizziamo la prestazione.

Hai commesso un errore?

Lavoriamo sull’errore.

Hai perso?

Cerchiamo ciò che possiamo imparare.

Ma tu rimani molto più grande del risultato di oggi.

Fiducia: non significa sentirsi invincibili

La fiducia non è pensare:

“Sono più forte degli altri.”

È poter pensare:

“Posso affrontare quello che succederà.”

Anche quando arriva l’errore.

Anche quando una partita parte male.

Anche quando l’allenatore prende una decisione che non piace.

Anche quando qualcuno gioca più minuti.

Un atleta che costruisce fiducia non elimina le difficoltà.

Impara progressivamente a stare dentro le difficoltà senza perdere sé stesso.

Motivazione: dall’entusiasmo alla continuità

Poi c’è la motivazione.

Spesso la cerchiamo come se dovesse essere sempre presente.

Ma nessun atleta è motivato allo stesso modo 365 giorni all’anno.

Ci saranno allenamenti nei quali avrà energia.

Altri nei quali sarà stanco.

Momenti nei quali vedrà risultati.

Altri nei quali sembrerà non succedere nulla.

Per questo la crescita arriva quando la motivazione incontra qualcosa di ancora più importante:

la continuità.

Presentarsi.

Allenarsi.

Provare.

Sbagliare.

Correggere.

Riprovare.

La performance non nasce da un singolo momento straordinario.

Nasce spesso da centinaia di giornate apparentemente normali.

Performance: il risultato arriva alla fine del processo

Ed eccoci alla terza parola:

PERFORMANCE.

È importante.

Lo sport è anche competizione, risultato e confronto.

Non dobbiamo nasconderlo.

Ma possiamo cambiare il punto dal quale iniziamo.

Non:

Performance → valore della persona

ma:

PERSONA → FIDUCIA → MOTIVAZIONE → COMPORTAMENTI → PERFORMANCE

Il risultato diventa così una conseguenza da osservare e analizzare, non l’unico metro con il quale definire l’atleta.

Allenare anche ciò che non vediamo

Vediamo un passaggio sbagliato.

Non vediamo immediatamente il pensiero che lo ha preceduto.

Vediamo un atleta che non prova più l’uno contro uno.

Non vediamo necessariamente la paura di commettere un altro errore.

Vediamo un ragazzo poco presente durante un allenamento.

Non sappiamo automaticamente quale emozione stia vivendo.

Per questo chi lavora nello sport dovrebbe imparare anche a fare domande prima di formulare giudizi.

“Cosa è successo?”

“Cosa hai pensato in quel momento?”

“Come hai reagito?”

“Cosa puoi controllare?”

“Cosa vuoi provare a fare diversamente la prossima volta?”

Domande che spostano l’atleta dal giudizio alla consapevolezza.

Un modello anche per società sportive e staff tecnici

Questa filosofia non dovrebbe riguardare soltanto il singolo atleta.

Può diventare parte della cultura di una società.

Immaginiamo allenatori formati non soltanto sugli aspetti tecnici, ma anche sulla comunicazione.

Staff capaci di utilizzare feedback che aiutino l’atleta a comprendere cosa migliorare.

Genitori maggiormente consapevoli del proprio ruolo.

Percorsi formativi che uniscano incontri live, FAD e blended.

L’obiettivo non è trasformare ogni allenatore in uno psicologo o in un mental coach.

È fornire strumenti per creare un ambiente nel quale tecnica, persona e crescita possano lavorare insieme.

MB Performare Academy

Da questa visione nasce MB Performare Academy.

Un progetto formativo rivolto a società sportive, Academy, staff tecnici e organizzazioni che vogliono investire non soltanto nelle competenze, ma anche nelle persone che devono utilizzarle.

Tre parole ne rappresentano il cuore:

FIDUCIA. MOTIVAZIONE. PERFORMANCE.

Con un principio che viene prima di tutti gli altri:

Prima la persona. Poi la performance.

Perché possiamo insegnare esercizi, strategie e tecniche.

Ma alla fine, quando arriva il momento decisivo, ad entrare in campo è sempre una persona.


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MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.

Lo sport inizia dalla persona.

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