
Dopo quanto tempo hai mollato?
Non sempre mollare significa andarsene. A volte significa restare, ma smettere di provarci davvero.
La domanda di oggi è semplice. La risposta, forse, un po’ meno.
Dopo quanto tempo hai mollato?
Hai iniziato un progetto con entusiasmo. Avevi idee, voglia, aspettative. Poi qualcosa si è complicato e lo hai lasciato lì.
Hai iniziato una dieta. I primi giorni eri preciso, convinto, determinato. Poi i risultati non erano quelli che immaginavi e hai cominciato a dirti: «Riparto lunedì».
Hai deciso di lavorare su te stesso. Di cambiare un’abitudine. Di allenare la mente. Poi sono arrivate una giornata storta, una settimana complicata, una delusione. E ti sei fermato.
Se provi a contare i giorni, forse trovi un numero. Una settimana. Venti giorni. Un mese.
Ma se quel numero non lo trovi, prova a guardare un’altra cosa: in quale momento cominci a tirarti indietro?
Quando diventa difficile? Quando i risultati non arrivano? Quando nessuno riconosce il tuo impegno? Quando l’entusiasmo scende e quello che all’inizio sembrava una bella avventura comincia a chiederti costanza?
Perché il tuo modo di mollare potrebbe non avere una data. Potrebbe avere una condizione:
«Io continuo, purché le cose vadano come mi aspetto».
«Ma io vado sempre in allenamento»
Lo so. E presentarsi conta.
Ma adesso ti chiedo di rispondermi seriamente, senza cercare la risposta più comoda.
Quante volte, durante un esercizio, freni prima di aver fatto quello che sai fare? Quante volte ascolti una consegna a metà? Quante volte sbagli un pallone e invece di rientrare nell’azione rimani fermo a lamentarti?
E nella partitella?
Magari giochi svogliato. Non cerchi il pallone. Non accompagni l’azione. Ti infastidisci per una correzione. Fai il necessario per esserci, ma non abbastanza per metterti davvero in gioco.
Forse perché domenica eri in panchina. Forse perché un compagno ha ricevuto un complimento e tu no. Forse perché pensi che, tanto, l’allenatore abbia già deciso.
Allora nella tua testa arriva quella frase:
«Ma chi me lo fa fare?»
Ecco. Ci siamo capiti.
Non hai smesso di andare al campo. Hai smesso, in quei momenti, di portare al campo la tua disponibilità a crescere.
Anche questo è mollare. Solo che si vede meno.
Non significa che tu sia un ragazzo senza carattere. Non significa che una giornata svogliata definisca chi sei. Significa che c’è un comportamento da riconoscere, prima che diventi il tuo modo abituale di rispondere alle difficoltà.
Quando finisce il carburante dell’entusiasmo
All’inizio l’entusiasmo rende più facile partire. Hai voglia di fare, immagini il risultato, senti l’energia della novità.
Ma che cosa succede quando quella spinta si abbassa?
Se il tuo impegno dipende soltanto dalla voglia del momento, ogni delusione può diventare un motivo per rallentare. Ogni risultato che tarda ad arrivare può sembrarti la prova che non valga la pena continuare.
Io chiamo “soglia” proprio quel punto: il momento in cui l’entusiasmo non basta più e devi scegliere come rispondere.
Fino a lì ti allenavi volentieri. Adesso devi allenarti anche con una delusione da gestire.
Fino a lì provare era piacevole. Adesso devi accettare di sbagliare senza usare l’errore come scusa per sparire.
Fino a lì ti sentivi considerato. Adesso devi capire come restare coinvolto anche quando non ricevi l’attenzione che desideravi.
La panchina può farti arrabbiare. Una scelta dell’allenatore può sembrarti ingiusta. Puoi essere triste, frustrato, deluso.
Non devi fingere che vada tutto bene.
Ma puoi chiederti: «Voglio che questa delusione decida anche la qualità del mio prossimo allenamento?»
Perché, se per reagire a una panchina smetti di allenarti con attenzione, a perdere un’occasione di crescita sei anche tu.
Allena la tua soglia, non soltanto la tua voglia
Allenare questa soglia non significa ripetersi «non mollare» cento volte davanti allo specchio. Significa riconoscere il momento preciso in cui ti stai disimpegnando e fare una scelta concreta.
La prima cosa è accorgertene.
«Sto facendo questo esercizio senza attenzione perché sono ancora arrabbiato per domenica.»
Questa frase è già più utile di «non ho voglia». Ti permette di vedere che cosa stai portando dentro l’allenamento.
Poi scegli un’azione piccola, ma precisa.
Nel prossimo esercizio ascolto tutta la consegna. Dopo il prossimo errore torno subito nell’azione. Nella partitella continuo a propormi anche se prima non mi hanno passato il pallone. Chiedo all’allenatore su quale aspetto lavorare, invece di convincermi che sia tutto inutile.
Non devi risolvere tutta la tua stagione. Devi scegliere come affrontare la prossima azione.
Infine, quando torni a casa, cambia la domanda con cui valuti la giornata.
Non soltanto: «Mi è riuscito tutto?».
Ma: «Quando mi sono innervosito, come ho reagito? Quando avevo voglia di tirarmi indietro, sono riuscito a restare coinvolto? Dove ho perso attenzione e che cosa posso fare diversamente?».
Così non conti soltanto i giorni in cui ti sei allenato. Cominci a osservare come ti sei allenato.
E attenzione: non sto parlando di ignorare il dolore, allenarti da infortunato o negarti il recupero. Riposare quando serve non è mollare. E cambiare un progetto dopo averlo valutato con lucidità non è fallire.
Il punto è distinguere una scelta consapevole da una rinuncia automatica appena qualcosa diventa scomodo.
La vera domanda arriva quando qualcosa va storto
È facile promettere impegno quando vieni scelto, giochi bene e ricevi un applauso.
La domanda diventa più interessante dopo una panchina. Dopo un errore. Dopo un allenamento in cui ti senti indietro.
Che cosa fai quando non ricevi subito quello per cui stai lavorando?
Continuare non ti garantisce un posto da titolare. Non ti promette il risultato che desideri. Ma disimpegnarti per delusione significa rinunciare a lavorare proprio su ciò che puoi ancora migliorare.
Allora oggi non chiederti soltanto: «Da quanto tempo ho iniziato?».
Chiediti: «In quali momenti smetto di provarci davvero, anche se continuo a presentarmi?»
Parti da lì. Da quell’esercizio fatto a metà. Da quella reazione dopo un errore. Da quel pensiero che ti allontana dal gioco.
La prossima volta che arrivi a quel punto, prova a non lasciare che sia la delusione a scegliere per te. Riporta attenzione alla prossima azione.
Allena la tua soglia. Perché la costanza non è avere sempre voglia: è imparare a rispondere anche quando la voglia cambia.
Coach Matteo Barberi
MB Performance — Mente. Emozioni. Risultati.











