Ieri, dopo allenamento, mio figlio mi si avvicina.
Mi guarda negli occhi e chiede:
“Papà, sono convocato per la partita?”

Lo guardo.
E gli dico: “No.”

Silenzio.
Poi arriva la domanda:
“Ma ho fatto un allenamento fantastico… perché?”

E qui non parliamo di una scelta tecnica discutibile.
Parliamo di qualcosa che chi vive il campo conosce fin troppo bene:
un compagno che si allena meno, rende meno… ma gioca sempre.
Sempre.
Perché? Perché è “più comodo”, perché “gira così”, perché qualcuno ha più voce di altri.

Questa non è formazione.
Questa è un’ingiustizia chiara.
E i ragazzi… la vedono.


In quel momento hai due strade:
sfogare la tua rabbia… o costruire il suo futuro.

Lo abbraccio.
Sorrido.
E gli dico:
“Sono orgoglioso di te. Per come lavori. Per come ti impegni. Per quello che stai diventando.”

Nessun nervosismo.
Nessuna pretesa.
Solo calma.

E lui lo sente.


Arrivati a casa, lo prendo con me.
Non da allenatore.
Da padre.

Gli dico:
“Esistono cose che puoi controllare… e cose che non puoi controllare.
Quelle che non puoi controllare… le guardi, le accetti e le lasci scivolare via.
Tu pensa a lavorare su di te.”

Lui ascolta.
Annuisce.

Poi mi guarda… e mi spiazza.

“Papà… ma quando gioco a Brawl Stars le coppe le danno a chi vince e sa giocare…”

Silenzio.


Ecco il punto.
Quello che dovrebbe far riflettere tutti.

Genitori.
Mister.
Dirigenti.
Presidenti.

Nel loro mondo virtuale non si bara.
Le regole sono chiare.
Meriti → vinci.
Non meriti → perdi.

Fine.

E allora… perché nella realtà no?


Poi ci lamentiamo:
“Stanno sempre ai videogiochi…”
“Vivono in un mondo virtuale…”

Ma avete mai pensato al perché?

Forse perché lì trovano coerenza.
Quella che noi, troppo spesso, non diamo.

Nel calcio chiediamo impegno, sacrificio, rispetto delle regole…
e poi le regole le rompiamo noi per primi.

Le facciamo cadere come birilli
davanti a interessi, paure, pressioni.

E i ragazzi?
Guardano.
Sentono.
Capiscono.

Molto più di quello che pensiamo.


E allora nasce una domanda scomoda:

“Perché dovrei credere in questo sistema…
se non premia quello che mi dite essere giusto?”


Il problema non è il calcio.
Il problema è la mancanza di coerenza.

Dirigenti che non decidono.
Allenatori che non reggono.
Genitori che interferiscono.

E in mezzo… i ragazzi.


Finché basteranno “due pomodori e una verza” per influenzare una scelta,
finché il merito verrà messo in secondo piano…

non stiamo formando calciatori.

Stiamo tradendo una generazione.


Io ho fatto una scelta.

Non insegno a mio figlio a entrare in campo con scorciatoie.
Gli insegno a restarci dentro… anche quando è ingiusto.

Perché un giorno, quando il campo sarà davvero meritocratico,
lui sarà pronto.

E chi oggi gioca “per altri motivi”… no.


E forse la vera domanda, per chi ha responsabilità, è questa:

volete ragazzi forti…
o volete un sistema fragile che si regge sulle apparenze?

Perché i nostri figli stanno già rispondendo.

E, a quanto pare, stanno trovando più giustizia
in un videogioco
che in un campo da calcio.

Papà Coach Matteo

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