CALCIO GIOVANILE: BASTA CON LA FUFFA. TUTTI PARLANO DI CRESCITA, MA ALLA FINE CONTA SOLO VINCERE.

di Matteo Barberi | Mental Coach Sportivo – MB Performance
«Devono solo giocare e divertirsi.» È la frase più ripetuta nel calcio giovanile. Peccato che, troppo spesso, sia anche la prima a essere dimenticata quando arriva il momento di scegliere chi mandare in campo.
Il calcio giovanile è diventato il regno dell’incoerenza
Viviamo in un mondo pieno di parole.
Parole bellissime, rassicuranti, educative.
Si parla di crescita, di formazione, di rispetto dei tempi, di centralità del bambino, di valorizzazione del talento, di diritto all’errore.
Si organizzano incontri, si pubblicano manifesti, si condividono frasi motivazionali sui social.
Poi arriva il sabato. O la domenica. E improvvisamente la musica cambia.
La crescita viene messa da parte. Il percorso diventa secondario. Il diritto di sbagliare vale fino a quando l’errore non rischia di costare un gol.
E il bambino?
Il bambino diventa, troppo spesso, uno strumento per raggiungere un risultato che interessa più agli adulti che a lui.
Non voglio generalizzare. Esistono società serie, allenatori preparati e genitori capaci di mettere il bene dei ragazzi davanti al risultato.
Ma proprio per rispetto di queste persone credo sia arrivato il momento di denunciare le contraddizioni di un sistema che, in troppe occasioni, predica formazione e pratica selezione precoce.
La prima grande bugia: «Qui conta il percorso, non il risultato»
Quante volte lo abbiamo sentito dire?
«Non ci interessa vincere.»
«A questa età devono imparare.»
«Tutti fanno parte del progetto.»
«Guardiamo la crescita nel lungo periodo.»
Benissimo.
Ma allora perché, quando arriva la partita difficile, giocano quasi sempre gli stessi?
Perché chi oggi è più pronto fisicamente, tecnicamente o emotivamente riceve maggiori opportunità, mentre chi ha tempi di maturazione differenti spesso deve accontentarsi di aspettare?
Perché un bambino che sbaglia viene sostituito, mentre un altro, considerato più forte, può permettersi lo stesso errore senza conseguenze?
E soprattutto: come può crescere un bambino se gli viene negata proprio l’esperienza necessaria per crescere?
Non sto dicendo che tutti debbano giocare sempre gli stessi minuti, in ogni categoria e in qualsiasi circostanza.
Sto dicendo una cosa molto diversa.
Se dichiari di essere una scuola di formazione, devi essere in grado di spiegare quali opportunità concrete di apprendimento offri a ciascun ragazzo.
Perché la crescita non si misura con un bel discorso durante la riunione di inizio stagione.
Si misura con le scelte che fai quando vincere diventa difficile.
La seconda grande bugia: «Non esistono bambini di serie A e di serie B»
Ufficialmente sono tutti uguali.
Poi, però, nascono i gruppi.
Quelli forti. Quelli meno forti.
Quelli pronti. Quelli che devono aspettare.
Quelli su cui investire. Quelli che completano la rosa.
E attenzione: distinguere i livelli di competenza non è necessariamente sbagliato. Anzi, può essere uno strumento educativo utile per proporre allenamenti adeguati.
Il problema nasce quando una valutazione temporanea diventa una condanna permanente.
Quando il bambino che oggi è indietro viene trattato come se lo sarà per sempre.
Quando la selezione non serve più a personalizzare il percorso, ma a decidere su chi convenga investire.
Quando le occasioni migliori vengono offerte sempre agli stessi, alimentando un circolo vizioso:
Chi gioca di più acquisisce esperienza, fiducia e sicurezza.
Chi gioca meno perde occasioni, sperimenta meno e rischia di convincersi di non essere abbastanza bravo.
Poi, dopo qualche mese, qualcuno osserva:
«Vedi? Non è cresciuto come gli altri.»
Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra.
Non è cresciuto perché non ne aveva le capacità oppure perché non gli abbiamo offerto le condizioni per svilupparle?
La terza grande bugia: «A otto anni niente tattica, devono imparare a dribblare»
Questa è una delle contraddizioni che trovo più sorprendenti.
Si sente dire che a otto, nove o dieci anni bisogna privilegiare il gioco, la creatività, il dribbling, la libertà di provare.
Sono d’accordo.
Poi, però, osserviamo alcuni campi.
Bambini che ricevono indicazioni continue dalla panchina.
«Stai lì!»
«Non salire!»
«Passala subito!»
«Non rischiare!»
«Torna nella tua posizione!»
«Non perdere palla!»
Ma non avevamo detto che dovevano sperimentare?
La tattica viene dichiarata prematura nelle parole e imposta nei comportamenti.
Facciamo una precisazione: imparare a leggere il gioco, occupare gli spazi e collaborare con i compagni è già una forma di apprendimento tattico, ed è giusto che avvenga anche da piccoli, attraverso il gioco.
Il problema non è insegnare la tattica.
Il problema è trasformare bambini di otto anni in esecutori di schemi rigidi, togliendo loro la libertà di scegliere, rischiare e sbagliare.
Vogliamo davvero formare giocatori intelligenti?
Allora dobbiamo consentire loro di prendere decisioni.
Anche quelle sbagliate.
Perché un bambino che non può scegliere non sta imparando a giocare: sta imparando a obbedire.
La quarta grande bugia: «L’errore è parte della crescita»
Una frase meravigliosa.
Peccato che l’errore abbia spesso un prezzo diverso a seconda di chi lo commette.
Il bambino considerato forte perde palla? Deve avere coraggio.
Il bambino considerato meno pronto perde la stessa palla? Non è ancora all’altezza.
Il primo viene incoraggiato a riprovare.
Il secondo, magari, viene richiamato, spostato o sostituito.
Ma che messaggio stiamo trasmettendo?
Che l’errore è consentito soltanto a chi ha già dimostrato di essere bravo?
Che per meritarsi il diritto di imparare bisogna prima dimostrare di saper fare?
È una contraddizione educativa enorme.
Il coraggio di provare nasce dalla percezione che un errore non cancelli il proprio valore.
Se ogni errore rischia di compromettere il posto in squadra, non possiamo sorprenderci quando un bambino smette di osare.
E allora ecco ragazzi che giocano per non sbagliare, invece che per imparare.
Giocano per non deludere, invece che per esprimersi.
Giocano per essere giudicati positivamente, invece che per vivere il piacere del calcio.
E noi adulti continuiamo a chiedere:
«Perché non prova più a saltare l’uomo?»
Forse dovremmo domandarci che ambiente abbiamo costruito intorno a lui.
La quinta grande bugia: «Noi genitori vogliamo solo che nostro figlio sia felice»
E adesso arriviamo alla parte che potrebbe dare più fastidio.
Perché non possiamo puntare il dito soltanto contro società e allenatori.
Anche noi genitori siamo parte del problema.
Diciamo che nostro figlio deve divertirsi.
Ma siamo felici soprattutto quando gioca.
Diciamo che deve crescere.
Ma confrontiamo continuamente la sua crescita con quella dei compagni.
Diciamo che conta il gruppo.
Ma il gruppo ci interessa molto meno quando nostro figlio rimane in panchina.
Vogliamo che l’allenatore sia giusto, purché le sue decisioni favoriscano nostro figlio.
Ci indigniamo quando un compagno riceve più opportunità, ma talvolta non ci poniamo la stessa domanda quando è nostro figlio a beneficiare di un trattamento privilegiato.
E quando segna, vince un torneo o viene convocato con una squadra importante?
Ecco il video, la fotografia, il post, il trofeo da esibire.
Come se il successo sportivo del figlio fosse una certificazione della qualità del genitore.
Attenzione: essere orgogliosi dei propri figli è meraviglioso. Usare i loro risultati per alimentare il nostro bisogno di riconoscimento è un’altra cosa.
Il bambino non è una coppa da mettere in vetrina.
Non è il nostro riscatto personale.
Non è un progetto attraverso cui dimostrare agli altri quanto siamo stati bravi.
È una persona che sta crescendo.
E ha diritto a vivere il proprio percorso, non quello che abbiamo immaginato noi.
Il grande paradosso: tutti vogliono formare talenti, ma pochi hanno la pazienza di aspettarli
Questa è forse la contraddizione più pericolosa.
A nove, dieci, undici anni non stiamo osservando prodotti finiti.
Stiamo osservando bambini in evoluzione.
Un ragazzo può sviluppare prima alcune capacità motorie. Un altro può maturare più lentamente. Un altro ancora può avere ottime competenze tecniche ma incontrare difficoltà emotive.
Il livello espresso oggi non rappresenta una previsione certa di quello che sarà domani.
Eppure spesso ci comportiamo come se lo fosse.
Selezioniamo il presente e diciamo di investire sul futuro.
Premiamo chi oggi rende di più e raccontiamo di voler sviluppare il potenziale.
Ma se un allenatore sa soltanto valorizzare i bambini che sono già bravi, quale valore educativo aggiunge davvero?
La competenza di un formatore non emerge soltanto da quanto riesce a far rendere il più forte.
Emerge anche dalla capacità di riconoscere il potenziale meno evidente, creare opportunità, adattare le richieste e accompagnare chi incontra maggiori difficoltà.
Vincere con i bambini più pronti può essere relativamente semplice.
Far crescere anche quelli che oggi faticano è il vero esame di una scuola calcio.
Il risultato è diventato il padrone di un sistema che dovrebbe educare
Chiariamolo: vincere non è sbagliato.
La vittoria è emozione, soddisfazione, gioia, riconoscimento dell’impegno.
Il problema nasce quando diventa l’unico metro di giudizio.
Quando una partita vinta giustifica qualsiasi scelta.
Quando un torneo conquistato diventa la prova che il metodo educativo funziona.
Quando la classifica interessa più delle persone.
Una squadra può vincere un torneo e aver fatto crescere pochissimo alcuni dei suoi bambini.
Può perdere una partita e aver compiuto passi straordinari nella formazione di tutti.
Eppure, quale delle due situazioni riceverà più applausi?
Quale verrà celebrata sui social?
Quale verrà utilizzata per dimostrare la qualità del lavoro svolto?
Abbiamo imparato a fotografare le coppe, ma non sappiamo fotografare la crescita.
E così ciò che è facilmente visibile finisce per contare più di ciò che è realmente importante.
È arrivato il momento di un patto di crescita tra società, allenatori e genitori
Se vogliamo davvero restituire credibilità al calcio giovanile, non bastano nuovi slogan.
Serve un accordo concreto.
Un PATTO DI CRESCITA tra tutti gli adulti che partecipano all’educazione sportiva dei bambini.
Un patto che non rimanga appeso alla parete della segreteria, ma che diventi un criterio per prendere decisioni.
1. Le società devono avere il coraggio della coerenza
Se una società si presenta come scuola di formazione, deve comportarsi come tale.
Deve definire obiettivi educativi, tecnici e relazionali verificabili.
Deve spiegare alle famiglie come vengono organizzati i gruppi, quali criteri guidano le convocazioni e in che modo vengono costruite le opportunità di gioco.
Deve evitare che le differenze di livello diventino etichette definitive.
E deve valutare il lavoro dei propri allenatori anche attraverso la crescita dei singoli bambini, non soltanto attraverso le partite vinte.
Non puoi vendere un progetto educativo e poi comportarti come se stessi gestendo una prima squadra professionistica.
2. Gli allenatori devono scegliere se essere formatori o soltanto gestori del risultato
L’allenatore ha il compito di insegnare.
Non soltanto di mettere in campo la formazione che oggi offre maggiori garanzie di vittoria.
Deve saper correggere senza umiliare, stimolare senza etichettare, riconoscere i progressi anche quando non si trasformano immediatamente in gol.
Deve dare risposte comprensibili alle famiglie, senza trasformare ogni richiesta di chiarimento in una contestazione alla propria autorità.
E soprattutto deve ricordare che ogni bambino ha bisogno di opportunità reali per imparare.
Se la tua priorità assoluta è vincere domenica, abbi almeno il coraggio di non raccontare che il risultato non conta.
3. I genitori devono smettere di vivere attraverso i figli
Questa è probabilmente la sfida più difficile.
Dobbiamo imparare a distinguere le nostre emozioni da quelle dei ragazzi.
Dobbiamo smettere di interpretare ogni panchina come un’umiliazione personale.
Dobbiamo imparare a non trasformare i compagni in concorrenti e gli allenatori in nemici.
Ma dobbiamo anche evitare l’errore opposto: confondere il rispetto delle scelte tecniche con l’obbligo di accettare qualsiasi situazione senza fare domande.
Un genitore può chiedere chiarezza, può pretendere rispetto e può verificare che il contesto sia realmente educativo.
La differenza sta nell’intenzione.
Stai intervenendo per tutelare la crescita di tuo figlio o per proteggere il tuo orgoglio ferito?
È una domanda scomoda, ma necessaria.
Ecco come capire se una scuola calcio crede davvero nella crescita
Propongo un esercizio semplice.
Alla prossima riunione, invece di chiedere quanti tornei vuole vincere la società, facciamo cinque domande.
- Quali competenze volete sviluppare nei bambini quest’anno, oltre alla tecnica calcistica?
- Come misurate la crescita di chi oggi gioca meno o incontra maggiori difficoltà?
- Quali opportunità concrete garantite per imparare attraverso la partita?
- Come gestite gli errori dei bambini e le differenze nei tempi di maturazione?
- Come ci accorgeremo, a fine stagione, che ogni bambino è cresciuto, indipendentemente dai risultati della squadra?
Non pretendo che le risposte siano tutte uguali.
Pretendo che siano coerenti con il progetto dichiarato.
Perché una società non deve essere giudicata soltanto dalle parole che usa per presentarsi.
Deve essere giudicata dalle esperienze che offre ai bambini, soprattutto a quelli che oggi non fanno vincere le partite.
Il calcio giovanile non ha bisogno di altri slogan. Ha bisogno di adulti credibili.
Siamo bravissimi a dire ai nostri figli che devono impegnarsi, rispettare le regole, accettare gli errori, essere corretti e avere pazienza.
Poi siamo noi adulti i primi a perdere la pazienza.
Siamo noi a voler dimostrare.
Siamo noi a cercare conferme.
Siamo noi a trasformare una partita di bambini in un giudizio sul valore delle persone.
E c’è un aspetto ancora più grave.
I bambini imparano soprattutto da quello che facciamo, non da quello che raccontiamo.
Se predichiamo il rispetto e insultiamo l’arbitro, insegniamo incoerenza.
Se parliamo di crescita e premiamo soltanto il risultato, insegniamo che il successo vale più dell’apprendimento.
Se diciamo che sbagliare è normale, ma puniamo ogni errore, insegniamo ad avere paura.
Se affermiamo che tutti sono importanti, ma facciamo sentire alcuni bambini invisibili, insegniamo che il valore personale dipende dalla prestazione.
E poi ci stupiamo se crescono ragazzi fragili davanti al giudizio, terrorizzati dall’errore e costantemente alla ricerca di approvazione.
Forse non dobbiamo chiederci soltanto quale calcio stiamo insegnando.
Dobbiamo chiederci quali adulti stiamo diventando davanti ai nostri figli.
La provocazione finale: se togliessimo le coppe, quanti sceglierebbero ancora la crescita?
Immaginiamo per un momento una stagione senza classifiche, senza coppe da esibire, senza foto celebrative e senza risultati da pubblicare.
Immaginiamo che una scuola calcio venga valutata esclusivamente per ciò che ha insegnato ai suoi bambini.
Per quanti hanno acquisito fiducia.
Per quanti hanno imparato ad affrontare un errore.
Per quanti hanno trovato il coraggio di provare qualcosa di nuovo.
Per quanti hanno sviluppato autonomia, rispetto, collaborazione e piacere di giocare.
Per quanti, pur partendo da condizioni meno favorevoli, hanno avuto l’opportunità di crescere.
Quante società manterrebbero esattamente le stesse scelte?
Quanti allenatori gestirebbero le partite nello stesso modo?
Quanti genitori sarebbero altrettanto soddisfatti?
Non conosco la risposta.
Ma credo che valga la pena avere il coraggio di porci queste domande.
Perché il vero fallimento di una scuola calcio non è perdere una partita.
È perdere un bambino lungo il percorso e continuare a festeggiare perché la squadra ha vinto.
E se davvero vogliamo tornare a parlare di educazione, formazione e crescita, allora iniziamo da qui.
Meno parole.
Meno etichette.
Meno bambini trasformati in classifiche.
Meno figli utilizzati come trofei.
Più coerenza.
Più opportunità.
Più coraggio educativo.
Perché una coppa racconta chi ha vinto oggi. La crescita racconta chi stiamo aiutando a diventare domani.
E adesso rivolgo una domanda a tutti: società, allenatori e genitori.
«Siete davvero disposti a rinunciare a una vittoria oggi, se questo significa offrire a un bambino un’opportunità in più per crescere domani?»
Perché è da questa risposta, non dai vostri slogan, che capiremo quanto credete realmente nella formazione.
Da Genitore a Coach: il cambiamento comincia anche da noi
Come padre, educatore e Mental Coach Sportivo, credo profondamente che la crescita dei nostri figli richieda prima di tutto un lavoro di consapevolezza da parte degli adulti.
Per questo ho realizzato il percorso Da Genitore a Coach, dedicato ai genitori che desiderano imparare a sostenere i propri figli nello sport, gestire le proprie aspettative, comunicare in modo più efficace e trasformare errori e difficoltà in occasioni di crescita.
Non possiamo controllare tutte le decisioni di una società o di un allenatore.
Possiamo però scegliere quale adulto essere accanto a nostro figlio.Scopri il percorso Da Genitore a Coach
Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo | MB Performance
«La consapevolezza precede il cambiamento.»











