Rabbia, paura, frustrazione, delusione, impotenza, senso di colpa e vergogna. Sette emozioni che ogni atleta può incontrare durante il proprio percorso sportivo. Il problema non è provarle, ma lasciare che siano loro a guidare le nostre azioni.

Durante una partita di calcio può bastare un episodio per cambiare completamente la prestazione di un giovane atleta.

Un passaggio sbagliato, un gol mancato, un rimprovero dell’allenatore, una sostituzione inaspettata oppure la sensazione di non essere all’altezza.

Fino a pochi secondi prima il ragazzo giocava con naturalezza. Poi qualcosa cambia.

La sua attenzione si sposta, il corpo reagisce, i pensieri diventano più pesanti e le decisioni iniziano a essere influenzate da ciò che sta provando.

Non è necessariamente cambiata la sua capacità tecnica. È cambiato il suo stato emotivo.

Ed è proprio qui che entra in gioco l’allenamento mentale.

Le emozioni non sono nemiche, ma possono diventare un freno

Nel mio lavoro di Mental Coach Sportivo incontro frequentemente ragazzi che possiedono buone capacità tecniche, fisiche e tattiche, ma che faticano a esprimere il proprio potenziale quando vivono emozioni intense.

Vediamo come possono influenzare una prestazione.

1. Rabbia: quando reagisci senza pensare

Hai appena subito un fallo che l’arbitro non ha fischiato. Ti arrabbi, protesti e nella giocata successiva cerchi di recuperare il pallone con eccessiva aggressività.

La rabbia ha preso il controllo della tua attenzione.

Il rischio: reagire impulsivamente anziché scegliere il comportamento più utile.

2. Paura: quando smetti di provare

Hai commesso due errori consecutivi. Ora, quando ricevi il pallone, preferisci passarla subito al compagno anziché tentare una giocata.

Non perché tu non sia capace, ma perché temi di sbagliare ancora.

Il rischio: rinunciare a esprimere il proprio potenziale per evitare un possibile giudizio.

3. Frustrazione: quando l’impegno sembra non bastare

Ti alleni, lavori duramente, cerchi di migliorare, ma i risultati non arrivano come vorresti.

Inizi a pensare: «Tanto non cambia niente».

La frustrazione può nascere proprio dalla distanza tra ciò che desideri ottenere e ciò che stai vivendo.

Il rischio: perdere motivazione, perseveranza e disponibilità a continuare a provare.

4. Delusione: quando la realtà non incontra le aspettative

Eri convinto di giocare titolare. Ti aspettavi una convocazione, più minuti oppure una prestazione diversa.

Invece le cose sono andate diversamente.

La delusione non deriva necessariamente dalla tua prestazione, ma dalla distanza tra ciò che ti aspettavi e ciò che è accaduto.

Il rischio: trasformare un episodio in un giudizio sul proprio valore.

5. Impotenza: quando senti di non avere controllo

Ti impegni, ma alcune decisioni non dipendono da te.

Le convocazioni, le scelte dell’allenatore, i minuti giocati, le prestazioni degli avversari.

Quando concentri tutte le energie su ciò che non puoi controllare, rischi di sentirti impotente.

Il rischio: smettere di agire anche sulle cose che, invece, dipendono da te.

6. Senso di colpa: quando continui a vivere l’errore

Hai sbagliato un’occasione importante e la tua squadra ha perso.

Continui a ripensare a quell’episodio, anche negli allenamenti successivi.

Il senso di colpa può aiutarti a riconoscere una responsabilità, ma se diventa rimuginazione rischia di consumare energia mentale.

Il rischio: rimanere bloccato nel passato anziché tornare ad agire nel presente.

7. Vergogna: quando temi il giudizio degli altri

Hai commesso un errore davanti ai compagni, all’allenatore o ai genitori.

Non pensi semplicemente «Ho sbagliato», ma inizi a convincerti: «Non sono abbastanza bravo».

È un passaggio molto delicato.

Perché l’errore riguarda un comportamento, mentre la vergogna può arrivare a mettere in discussione l’identità dell’atleta.

Il rischio: nascondere le proprie difficoltà, evitare nuove sfide e limitare la propria crescita.

Il vero problema non è l’emozione. È quello che fai dopo.

Vorrei condividere un concetto centrale del mio metodo MB Performance:

Accettare un’emozione non significa arrendersi. Significa riconoscere ciò che sta accadendo senza sprecare energia nel tentativo di negarlo.

Non possiamo pretendere che un ragazzo non provi paura, rabbia o delusione.

E non sarebbe nemmeno utile.

Le emozioni ci comunicano qualcosa. Diventano problematiche quando reagiamo automaticamente, senza riconoscerne l’influenza sulle nostre scelte.

Un calciatore può essere arrabbiato e continuare a giocare con lucidità.

Può essere deluso e mantenere il proprio impegno.

Può avere paura e scegliere comunque di provare.

La differenza non è nell’assenza di emozioni, ma nella capacità di riconoscerle e scegliere come agire.

Il metodo MB Performance: quattro pilastri per allenare la mente

Nel mio percorso di allenamento mentale lavoro su quattro elementi fondamentali.

1. CONSAPEVOLEZZA — Riconosco ciò che provo

Il primo passo consiste nell’imparare a identificare l’emozione, la sua intensità e il suo effetto sul comportamento.

Non basta dire: «Sono nervoso».

È importante imparare a chiedersi:

  • Che cosa sto provando realmente?
  • Quanto è intensa questa emozione da 1 a 10?
  • Quali pensieri sto alimentando?
  • Che cosa mi sta spingendo a fare?

2. AUTOSTIMA — Il mio valore non dipende da un episodio

Un errore non definisce il valore di un atleta.

Una panchina non cancella le sue capacità.

Una prestazione negativa non annulla il percorso di crescita.

Lavorare sull’autostima significa imparare a distinguere il proprio valore personale dai risultati sportivi.

3. AUTOCONTROLLO — Scelgo la mia risposta

Tra ciò che accade e la nostra reazione possiamo allenare uno spazio di consapevolezza.

Attraverso respirazione, parole chiave, routine attentive e riconoscimento dei pensieri automatici, il ragazzo può imparare a interrompere una reazione impulsiva e ritornare al proprio compito.

L’obiettivo non è controllare ogni emozione, ma allenare il comportamento anche quando l’emozione è intensa.

4. PERFORMANCE — Trasformo la consapevolezza in azione

Riconoscere ciò che proviamo è soltanto il primo passo.

Il vero cambiamento avviene quando impariamo a utilizzare quella consapevolezza per scegliere un’azione concreta.

Dopo un errore posso tornare a propormi.

Dopo una delusione posso continuare ad allenarmi.

Quando ho paura posso scegliere di tentare comunque la giocata.

Non devo aspettare di sentirmi perfetto per agire. Posso imparare ad agire anche nei momenti difficili.

Un esercizio pratico: le cinque fasi della consapevolezza

Durante i percorsi MB Performance utilizzo un lavoro di riconoscimento che aiuta gli atleti a comprendere ciò che accade dentro di loro.

Immagina di aver appena sbagliato un gol.

FASE 1 — Riconosco il fatto

«Ho sbagliato un’occasione da gol».

Descrivo ciò che è successo, senza aggiungere giudizi.

FASE 2 — Riconosco il pensiero automatico

«Sono scarso, sbaglio sempre».

Mi accorgo che questo è un pensiero, non necessariamente la realtà.

FASE 3 — Riconosco l’emozione

«Sto provando frustrazione, intensità 8 su 10».

Do un nome a ciò che sento.

FASE 4 — Riconosco il corpo

«Ho il respiro accelerato, le spalle tese e lo stomaco chiuso».

Osservo come il mio corpo sta reagendo.

FASE 5 — Riconosco l’impulso

«Vorrei smettere di farmi passare il pallone».

Identifico ciò che l’emozione mi spinge a fare.

A questo punto arriva la domanda decisiva:

«Quello che sto per fare mi aiuta oppure mi allontana dal mio obiettivo?»

Posso allora scegliere un comportamento diverso: espirare, richiamare la mia parola chiave, tornare in posizione e propormi nuovamente per ricevere il pallone.

Questo è allenamento mentale.

Non eliminare l’emozione, ma imparare a non lasciarle decidere automaticamente il comportamento successivo.

Genitori e allenatori: quale ruolo avete nella gestione delle emozioni?

Un giovane atleta non impara a gestire le emozioni soltanto durante una sessione di Mental Coaching.

Impara anche osservando gli adulti che lo circondano.

Pensiamo a un bambino che sbaglia un gol.

Se dalla tribuna sente urla, critiche e giudizi, potrebbe iniziare ad associare l’errore alla paura di deludere.

Se invece trova adulti capaci di riconoscere le sue emozioni e aiutarlo a rimanere sul compito, può vivere l’errore come un’occasione di apprendimento.

Anche il linguaggio fa la differenza.

Dire «Non devi arrabbiarti!» non insegna necessariamente a gestire la rabbia.

Possiamo provare con una domanda diversa:

«Mi sembra che tu sia arrabbiato. Che cosa puoi fare adesso per tornare a giocare?»

Non stiamo giustificando qualsiasi comportamento.

Stiamo aiutando il ragazzo a distinguere tra ciò che prova e ciò che sceglie di fare.

E questa è una competenza che gli sarà utile ben oltre il campo da calcio.

La consapevolezza precede il cambiamento

Questo è uno dei principi che guidano il mio lavoro.

Non possiamo modificare consapevolmente un comportamento se non impariamo prima a riconoscerlo.

Non possiamo gestire una reazione impulsiva se non ci accorgiamo di ciò che la sta alimentando.

Non possiamo aiutare un giovane atleta a esprimere il proprio potenziale se guardiamo esclusivamente alla prestazione tecnica, ignorando la sua dimensione emotiva.

Il talento può permetterti di fare una grande giocata. La capacità di gestire te stesso può aiutarti a continuare a provarci anche dopo aver sbagliato.

Ed è proprio questo che voglio allenare.

Ragazzi che non abbiano paura di mettersi in gioco, che sappiano riconoscere le proprie emozioni e che imparino a scegliere le loro azioni anche nei momenti più difficili.

Perché il mio obiettivo non è formare atleti che non sbagliano.

È aiutare a crescere atleti capaci di dire:

«IO SONO UNO CHE PROVA».


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Con il Metodo MB Performance accompagno giovani atleti e famiglie in percorsi di allenamento mentale dedicati alla consapevolezza, all’autostima, alla gestione degli errori, all’autocontrollo e alla performance.

Un lavoro concreto, fatto di esercizi, tecniche e strumenti da utilizzare durante gli allenamenti, le partite e nella vita quotidiana.

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Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo | MB Performance

La consapevolezza precede il cambiamento.

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