
Il tennis supera il calcio. Ma la vera domanda è: quale ambiente sportivo stiamo offrendo ai nostri figli?
Non è una gara tra sport. È una riflessione sulla crescita dei bambini, sulla responsabilità degli adulti e su ciò che sempre più famiglie cercano quando scelgono dove far praticare sport ai propri figli.
Di Matteo Barberi – Mental Coach Sportivo | MB Performance
Il sorpasso che fa discutere
In questi giorni una notizia ha attirato la mia attenzione: per la prima volta in Italia, tennis e padel hanno superato il calcio per numero di atleti tesserati.
Secondo i dati del monitoraggio CONI riferiti al 2024, pubblicati il 27 ottobre 2026, la Federazione Italiana Tennis e Padel ha raggiunto 1.162.477 tesserati, contro 1.123.054 atleti tesserati dalla FIGC.
È un dato significativo, che racconta la straordinaria crescita degli sport della racchetta.
Ma prima di trarre conclusioni, dobbiamo fare alcune precisazioni.
Non stiamo confrontando soltanto bambini e ragazzi. I numeri comprendono anche gli adulti e, nel caso della FITP, tennis e padel insieme, con una forte presenza di praticanti amatoriali.
E soprattutto non stiamo misurando quanti bambini abbiano lasciato il calcio per scegliere il tennis.
Il sorpasso dei tesserati non dimostra che il calcio stia perdendo i propri giovani a favore del tennis.
Sono due questioni molto diverse.
E se guardassimo i numeri dei giovani?
Quando analizziamo lo sport giovanile, il quadro cambia.
Il ReportCalcio 2025 della FIGC indica che nella stagione 2023/2024 il calcio coinvolgeva quasi 900.000 giovani calciatori e calciatrici. Una presenza enorme nel panorama sportivo italiano.
La Federazione Italiana Tennis e Padel, invece, ha comunicato che al 31 dicembre 2024 erano 147.297 gli under 18 iscritti alle proprie scuole federali di tennis.
Attenzione: questi numeri hanno perimetri differenti. Il primo riguarda il movimento giovanile calcistico federale, il secondo gli iscritti under 18 alle scuole tennis federali. Non sono quindi un confronto completo e omogeneo di tutti i giovani praticanti dei due sport.
Ma sono sufficienti a ricordarci che il calcio continua a rappresentare una realtà straordinariamente importante per centinaia di migliaia di bambini.
Dunque non parlerei di una sconfitta del calcio.
Parlerei di una crescita del tennis che offre l’occasione per riflettere su un tema ben più importante.
Che cosa cercano oggi i genitori quando scelgono un ambiente sportivo per i propri figli?
Non è soltanto una questione di campioni
Certamente i successi di Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Jasmine Paolini e degli altri protagonisti del tennis italiano hanno contribuito ad aumentare visibilità, interesse ed entusiasmo.
I campioni rappresentano modelli di identificazione.
Un bambino vede un atleta vincere, lo ammira e desidera imitarlo.
Ma credo che fermarsi a questa spiegazione sia riduttivo.
Durante il mio lavoro di mental coach e nelle tante conversazioni che ho con genitori e famiglie, emerge spesso un’altra esigenza.
Non scegliere soltanto uno sport.
Scegliere un ambiente nel quale il proprio figlio possa crescere serenamente.
Ed è proprio qui che vorrei spostare la nostra attenzione.
Il problema non è il calcio. Sono alcuni comportamenti che lo circondano.
Ogni settimana vivo i campi di calcio giovanile.
Osservo partite, ascolto genitori, parlo con allenatori e raccolgo esperienze di bambini e ragazzi.
E mi capita sempre più spesso di confrontarmi con famiglie preoccupate non tanto per le difficoltà tecniche dei figli, ma per ciò che accade intorno al campo.
Genitori che insultano altri bambini.
Adulti che contestano continuamente l’allenatore.
Persone che urlano contro l’arbitro, anche quando è un ragazzo.
Famiglie che litigano sugli spalti.
Commenti offensivi rivolti ai bambini della squadra avversaria e, qualche volta, persino ai propri compagni.
Non possiamo generalizzare.
Esistono migliaia di allenatori preparati, dirigenti appassionati e genitori capaci di trasmettere valori straordinari.
Ma non possiamo nemmeno ignorare ciò che accade in alcuni contesti.
Quando un genitore arriva al campo e deve preoccuparsi di non ricevere un insulto o di evitare una discussione, qualcosa nel significato educativo dello sport si è smarrito.
E allora mi domando: è questo l’ambiente nel quale desideriamo che crescano i nostri figli?
La scelta di una famiglia non riguarda soltanto il bambino
Proviamo a immaginare due situazioni.
Nella prima un genitore accompagna il proprio figlio alla partita.
Arriva al campo e trova tensione.
Urla dalla tribuna, proteste continue, giudizi sui bambini, discussioni tra adulti.
Il figlio sbaglia un passaggio e sente qualcuno commentare negativamente.
Un compagno viene sostituito e dalla tribuna parte una contestazione.
Il mister è nervoso perché deve vincere.
Il genitore torna a casa con una domanda:
«Ma è questo che voglio far vivere a mio figlio ogni fine settimana?»
Nella seconda situazione, indipendentemente dallo sport praticato, il bambino trova un ambiente accogliente, un allenatore che insegna, adulti che rispettano le regole e famiglie che sanno incoraggiare.
Può perdere.
Può sbagliare.
Può attraversare momenti difficili.
Ma continua a sentirsi al sicuro e parte di un percorso.
Quale esperienza sceglieremmo per nostro figlio?
Naturalmente anche nel tennis, nel basket, nel padel o in qualsiasi altro sport possono esserci pressioni e comportamenti inadeguati.
Non esistono sport automaticamente educativi.
Esistono ambienti, persone e comportamenti che rendono educativa oppure dannosa un’esperienza sportiva.
Il bambino vede. Il bambino ascolta. Il bambino impara.
Questo è forse l’aspetto che mi preoccupa maggiormente.
Gli adulti talvolta sembrano dimenticare che i bambini osservano continuamente quello che facciamo.
Un genitore che insulta l’arbitro sta insegnando qualcosa.
Un allenatore che umilia un bambino dopo un errore sta insegnando qualcosa.
Un dirigente che tollera comportamenti aggressivi sta comunicando qualcosa.
Anche quando nessuno pronuncia esplicitamente una regola, i bambini imparano osservando.
Se un bambino vede che un adulto può insultare qualcuno quando è arrabbiato, quale modello di gestione emotiva sta ricevendo?
Se vede che il risultato giustifica qualsiasi comportamento, quale significato attribuirà al rispetto?
E se gli insegniamo a controllare la rabbia durante una partita mentre noi adulti perdiamo completamente il controllo sugli spalti, quanto saremo credibili?
Non possiamo chiedere autocontrollo ai bambini e offrire continuamente esempi di adulti che non riescono a controllarsi.
Quando il calcio diventa una fonte di stress
C’è poi un’altra dinamica.
In alcune scuole calcio si comincia molto presto a parlare di selezione, classifiche interne, gruppi più forti e gruppi meno forti.
Bambini di otto o nove anni che percepiscono di essere già considerati più o meno importanti.
Alcuni ricevono maggiori attenzioni e opportunità.
Altri partecipano agli allenamenti, ma faticano a sentirsi parte del progetto.
Ne ho parlato nel mio articolo dedicato al parcheggio silenzioso nelle scuole calcio.
Quando a tutto questo aggiungiamo la tensione degli adulti, il giudizio continuo e le aspettative di prestazione, rischiamo di trasformare il calcio in qualcosa di molto distante dal gioco che aveva conquistato quel bambino.
Non sto dicendo che queste dinamiche siano presenti ovunque.
Né possiamo affermare che siano la causa dell’aumento dei tesserati nel tennis.
Sto dicendo che rappresentano problemi educativi concreti, sui quali vale la pena interrogarsi.
Perché un bambino non deve necessariamente vivere un’esperienza traumatica per perdere progressivamente motivazione.
A volte basta non sentirsi considerato.
A volte basta avere paura di sbagliare.
A volte basta che ogni domenica diventi una prova da superare invece che un’occasione per giocare.
Ai genitori interessa vincere oppure vedere crescere i propri figli?
Vorrei rivolgere una domanda anche alle famiglie.
Siamo davvero così sicuri di cercare sempre l’ambiente migliore per la crescita di nostro figlio?
Oppure, qualche volta, siamo noi stessi ad alimentare quella cultura del risultato che poi critichiamo?
Ci lamentiamo quando il mister privilegia i bambini più pronti, ma siamo capaci di accettare una sconfitta quando vengono coinvolti tutti?
Chiediamo un calcio educativo, ma riusciamo a rispettare gli errori degli altri bambini?
Parliamo di crescita, ma quanto spazio lasciamo ai nostri figli per vivere il loro percorso senza il peso delle nostre aspettative?
Anche noi genitori dobbiamo imparare.
Perché essere genitori non significa sapere automaticamente come accompagnare un figlio nello sport.
Significa essere disponibili a osservare, ascoltare e mettere in discussione alcuni nostri comportamenti.
La consapevolezza precede il cambiamento.
Mister e società: l’educazione non può essere soltanto uno slogan
Quante volte leggiamo sui siti delle società sportive parole come rispetto, inclusione, crescita e divertimento?
Sono principi importanti.
Ma diventano educativi soltanto quando vengono tradotti in comportamenti concreti.
Una società che parla di rispetto deve intervenire quando un adulto insulta un bambino.
Una società che parla di crescita deve prevedere un percorso anche per chi è meno pronto.
Una società che parla di inclusione deve interrogarsi su come vengono gestite le opportunità.
Una società che parla di educazione deve formare non soltanto i propri allenatori, ma anche accompagnare le famiglie nella comprensione del percorso sportivo.
Il comportamento degli adulti non può essere considerato un problema secondario.
Perché il clima che si respira intorno al campo fa parte dell’esperienza del bambino tanto quanto l’allenamento.
Una proposta semplice: tre impegni per cambiare il clima
Non credo servano necessariamente nuovi regolamenti complicati.
Occorre iniziare da tre responsabilità molto concrete.
1. La società deve proteggere l’ambiente educativo.
Regole di comportamento chiare, comunicate e applicate. Gli insulti e le intimidazioni non possono essere tollerati, indipendentemente da chi li pronuncia.
2. Il mister deve allenare ogni bambino, non soltanto chi è già pronto.
Obiettivi individuali, feedback, opportunità di crescita e attenzione alla qualità delle relazioni. Il risultato della partita non può essere l’unico indicatore del lavoro svolto.
3. I genitori devono diventare parte della soluzione.
Sostenere senza sostituirsi, incoraggiare senza giudicare, gestire le proprie emozioni e confrontarsi con la società nei modi e nei momenti opportuni.
Tre impegni semplici.
Ma soprattutto tre responsabilità che devono essere condivise.
Perché non possiamo chiedere ai bambini di costruire una cultura del rispetto se noi adulti non siamo disponibili a praticarla.
Non dobbiamo scegliere quale sport vincerà. Dobbiamo scegliere quale sport vogliamo lasciare ai bambini.
Il tennis sta attraversando un periodo straordinario.
Il calcio continua a coinvolgere un numero enorme di giovani.
E questa è una buona notizia per tutto il movimento sportivo italiano.
Non credo abbia senso trasformare i due sport in avversari.
Più bambini praticano sport, maggiori sono le opportunità di sviluppare competenze, relazioni, autonomia e benessere.
Ma il numero dei tesserati non racconta tutto.
Non ci dice quanti bambini si sentono accolti.
Non ci dice quanti giocano con serenità.
Non ci dice quanti hanno paura del giudizio.
Non ci dice quanti genitori tornano a casa contenti dell’esperienza vissuta, indipendentemente dal risultato.
E soprattutto non misura la qualità educativa di una società sportiva.
Dovremmo forse iniziare a porci anche queste domande.
E allora, che cosa facciamo oggi?
È la domanda con cui voglio concludere questa riflessione.
Possiamo continuare a parlare di tesserati, classifiche, risultati e prestazioni.
Possiamo discutere su quale sport crescerà di più nei prossimi anni.
Possiamo persino continuare a cercare responsabilità negli altri.
Oppure possiamo decidere che da oggi qualcosa debba cambiare.
Il genitore può scegliere di non insultare, anche quando è arrabbiato.
Il mister può decidere di dedicare attenzione anche al bambino che oggi fatica di più.
La società può intervenire quando un adulto supera il limite.
Possiamo iniziare da gesti piccoli, ma concreti.
Perché la cultura educativa dello sport non cambia soltanto con le dichiarazioni.
Cambia con i comportamenti che scegliamo di adottare ogni giorno.
E allora lascio una domanda a ogni genitore, allenatore e dirigente:
«Se oggi un bambino osservasse soltanto il nostro comportamento, senza ascoltare nessuna delle nostre parole, quale idea dello sport e del rispetto porterebbe a casa?»
E soprattutto:
«Che cosa siamo disposti a cambiare noi adulti, già da oggi, perché domani quel bambino abbia ancora voglia di tornare al campo?»
Da Genitore a Coach: il cambiamento inizia anche da noi
Lo sport può diventare uno straordinario strumento educativo, ma richiede adulti consapevoli del proprio ruolo.
Ho realizzato il percorso Da Genitore a Coach proprio per aiutare le famiglie ad accompagnare i figli nella gestione delle emozioni, degli errori, delle aspettative e delle difficoltà sportive.
Perché il nostro compito non è vivere lo sport al posto dei figli, ma aiutarli a crescere attraverso lo sport.
Scopri il percorso Da Genitore a Coach

Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo | MB Performance
La consapevolezza precede il cambiamento.










