
Fortuna o sfortuna? La forza di un «forse».
Siamo velocissimi a mettere un’etichetta a quello che ci succede.
«Che fortuna!»
«Che giornata disastrosa!»
«Questa è una cosa bella.»
«Questa è una cosa brutta.»
«Possibile che capitino tutte a me?»
A volte basta un imprevisto al mattino e abbiamo già deciso come sarà tutta la giornata. Sono le otto e dieci, ma per noi è già una giornata da buttare.
Non è ancora finita. Eppure, nella nostra testa, abbiamo già scritto il finale.
Oggi vi racconto una storia che mi piace perché ci invita a fare una cosa semplice, ma per niente facile: aspettare prima di emettere una sentenza.
Il contadino, i vicini e quella risposta: «Forse».
Una sera, il cavallo di un contadino scappa.
I vicini, saputa la notizia, vanno da lui e gli dicono:
«Hai perso il tuo cavallo. Che sfortuna!»
Il contadino risponde:
«Forse.»
Il giorno dopo, il cavallo torna. E non torna da solo: porta con sé altri due cavalli.
I vicini accorrono:
«Adesso hai tre cavalli! Che fortuna!»
Il contadino risponde:
«Forse.»
Il giorno seguente, suo figlio prova a cavalcare uno dei nuovi arrivati, cade e si rompe un braccio.
I vicini tornano:
«Povero ragazzo! Che brutta cosa. Che sfortuna!»
E il contadino, ancora una volta:
«Forse.»
Il giorno successivo arrivano i militari. Radunano gli uomini del villaggio per reclutarli e portarli in guerra. Ma il figlio del contadino, con il braccio rotto, non viene arruolato.
I vicini gli dicono:
«Tuo figlio non dovrà partire. Che fortuna!»
Il contadino risponde:
«Forse.»
I vicini continuavano a giudicare ogni episodio come se fosse la fine della storia. Il contadino lasciava aperta la possibilità che la storia continuasse.
E noi? Quante volte siamo quei vicini?
Non è il dolore che dobbiamo negare. È la fretta di decidere che cosa significhi tutto.
Quel «forse» non vuol dire che non dobbiamo provare emozioni.
Se tuo figlio si fa male, ti preoccupi. Se perdi qualcosa di importante, ti dispiace. Se vieni escluso, puoi sentirti arrabbiato, deluso, ferito.
Non dobbiamo diventare di pietra. E non dobbiamo nemmeno raccontarci che ogni difficoltà nasconda per forza un regalo.
Il punto non è convincersi che tutto sia bello. Il punto è non pretendere di sapere subito dove ci porterà quello che è successo.
Etichettare ci sembra una scorciatoia comoda: mettiamo un’esperienza nella casella “positiva” o “negativa” e pensiamo di averla capita.
Ma averle dato un nome non significa conoscerne tutte le conseguenze.
E soprattutto, attenzione a un passaggio: dall’etichetta sull’episodio a quella su noi stessi.
«Oggi ho sbagliato» diventa «Sono incapace».
«Questa volta non mi hanno scelto» diventa «Non valgo».
«È successo qualcosa che non volevo» diventa «Sono sempre sfortunato».
A quel punto non stiamo più descrivendo un fatto. Stiamo trasformando un momento in un’identità.
Hai vissuto un episodio difficile. Non sei quell’episodio.
Pensiamo al calcio.
L’allenatore non ti mette dall’inizio e nella tua testa arriva subito il verdetto: «Non crede in me. Sarà una stagione da dimenticare».
La delusione è comprensibile. Ma quella scelta, da sola, racconta davvero tutta la tua stagione? Dice tutto sul tuo valore? Stabilisce già quello che potrai fare da domani?
No.
Puoi essere deluso e continuare ad allenarti con attenzione. Puoi chiedere un confronto, cercare di capire che cosa migliorare, prepararti per quando entrerai.
Non perché la panchina sia necessariamente “una fortuna”. Ma perché restare incastrato nell’etichetta “che sfortuna” non ti aiuta a scegliere la prossima azione.
Vale anche al contrario.
Fai una grande partita, ricevi complimenti, tutti ti dicono che sei fortissimo. Bene, goditela. Ma non pensare che quella sera abbia risolto tutto.
Domani ci sarà ancora da allenarsi, ascoltare, imparare.
Una partita storta non ti condanna. Una partita perfetta non ti garantisce il futuro.
Prima di giudicare tutta la storia, torna a quello che puoi fare adesso.
Non sempre scegliamo ciò che accade. E non sempre riusciamo a scegliere la prima emozione che arriva.
Possiamo però allenarci a non farci trascinare automaticamente dalla prima interpretazione.
La prossima volta che ti senti dire «Che disastro», fermati un momento e chiediti:
«Che cosa è successo davvero? Che cosa sto aggiungendo io con il mio giudizio? Qual è la prossima cosa utile che posso fare?»
Magari devi accettare una delusione. Magari chiedere aiuto. Magari correggere un errore. Oppure prenderti il tempo necessario prima di decidere.
Non devi per forza chiamare “opportunità” qualcosa che oggi ti fa male. Puoi riconoscere che è difficile senza trasformarlo in una sentenza sul tuo futuro.
Questo è il senso di quel «forse».
Non è una rinuncia ad agire. È una rinuncia a credere di sapere già tutto.
«Non so ancora che cosa nascerà da quello che è successo. Ma posso provare ad affrontarlo nel modo più utile per me.»
Allora, prima di dire che è tutto sbagliato, che sei sfortunato, che la tua giornata o la tua stagione sono rovinate, concediti un «forse».
Poi torna a fare la tua parte.
Perché non conosci ancora il resto della storia. E il prossimo passo merita più attenzione dell’etichetta che hai appena messo.
Coach Matteo Barberi — Peo
#SeiForte











