
Il sistema calcio senza né gambe né coda
C’è una domanda che nessuno vuole davvero farsi, perché la risposta fa paura:
dove sta andando il calcio, se nessuno ha il coraggio di fermare questo meccanismo perverso?
Oggi il sistema calcio – soprattutto quello giovanile – sembra un organismo che si muove per inerzia, senza direzione, senza visione, senza responsabilità. Un sistema dove tutti parlano di “crescita”, “valori”, “progetto”, ma poi, nei fatti, vince solo la pressione.
Genitori: da accompagnatori a lobbisti
Sempre più spesso assistiamo a genitori che non fanno più i genitori.
Fanno i procuratori, i dirigenti, gli allenatori, i giudici.
Pretendono che il figlio giochi.
Pretendono minuti, ruoli, titolarità.
E quando non ottengono ciò che vogliono, usano tutti gli strumenti in loro possesso:
telefonate, messaggi, pressioni, vittimismo, minacce velate, “io conosco”, “io porto”, “io tolgo”.
Non è amore.
È proiezione.
È paura travestita da ambizione.
Dirigenti che abboccano (e si accontentano)
E cosa succede dall’altra parte?
Succede che troppi dirigenti abboccano.
Per quieto vivere.
Per non perdere iscritti.
Per non avere problemi.
Perché “meglio accontentare Caio oggi che perdere Tizio domani”.
Nascono così gli accontentini continui:
– una convocazione in più
– un minutaggio regalato
– una promessa detta a mezza voce
Piccoli compromessi che, sommati, distruggono qualsiasi progetto educativo e sportivo.
Mister incastrati: o assecondi o sei fuori
E poi ci sono gli allenatori.
Quelli veri soffrono.
Quelli deboli si adeguano.
Perché il messaggio è chiaro:
“Se non assecondi, perdi il posto”.
E così il mister smette di allenare.
Smette di scegliere.
Smette di formare.
Diventa un equilibrista, non un educatore.
Un gestore di pressioni, non un costruttore di uomini.
Dirigenti ripresi dai loro superiori
Il paradosso finale è questo:
anche chi vorrebbe fare la cosa giusta viene richiamato.
“Perché non hai accontentato?”
“Perché hai creato malumori?”
“Perché hai perso quella famiglia?”
E allora la domanda vera diventa una sola:
Ma il calcio… dove sta?
Dove sta il merito?
Dove sta il percorso?
Dove sta l’errore come occasione di crescita?
Dove sta la fatica, l’attesa, la resilienza?
E soprattutto:
dove si vuole andare, se questo processo non viene bloccato?
Chi paga il conto vero?
Qui arriva la parte più dura.
Perché il conto non lo pagano i genitori rumorosi.
Non lo pagano i dirigenti accomodanti.
Non lo pagano i sistemi che si auto-proteggono.
Il conto lo pagano:
- i genitori che fanno davvero i genitori, e vedono i propri figli crescere in un ambiente falsato
- i bambini e i ragazzi, che non crescono più in un contesto sano
Ragazzi che:
- non imparano ad aspettare
- non imparano a gestire la frustrazione
- non imparano a guadagnarsi le cose
- non imparano a stare in un gruppo
E poi ci stupiamo se mollano.
Se si rompono.
Se non reggono la pressione più avanti.
Serve una presa di posizione. Ora.
Questo sistema non si aggiusta da solo.
Serve coraggio.
Serve coerenza.
Serve dire dei no, anche se costano.
Perché il calcio, quello vero, non è compiacere.
È formare.
E formare, a volte, significa scontentare gli adulti per salvare i ragazzi.
Se non si ferma questo meccanismo perverso, il calcio non perde solo credibilità.
Perde la sua anima.
E a quel punto, non sarà più colpa del sistema.
Sarà colpa di chi ha visto tutto questo…
e ha scelto di stare zitto.











