Dopo un errore in campo, tuo figlio può abbassare lo sguardo, allargare le braccia o continuare a ripensare alla giocata mentre la partita va avanti. Da fuori viene spontaneo dirgli: «Dimenticalo!». Ma che cosa dovrebbe fare, concretamente, nel momento in cui è ancora arrabbiato? In questa pillola propongo un punto di partenza semplice: tornare a un gesto possibile, prima di pretendere di sentirsi diversi.
Respiro, sguardo e prossima azione sono tre richiami da provare in allenamento e adattare al ragazzo, insieme a chi lo segue. Non sono una formula per cancellare la delusione o garantire una buona prestazione. Offrono un modo concreto per rispondere alla domanda: «Che cosa posso fare adesso?». Il genitore può conoscere questo lavoro senza trasformarsi in un secondo allenatore.
Dopo un errore, ripartire dal corpo non significa fingere serenità
Un ragazzo può essere deluso e continuare a partecipare. Non serve imporgli un sorriso, una postura da vincente o una dimostrazione immediata di sicurezza. L’obiettivo della proposta è scegliere un comportamento accessibile nella situazione reale: sollevare lo sguardo, ascoltare una consegna, tornare a muoversi con i compagni.
Anche la postura va osservata senza etichette. Una testa abbassata non dimostra, da sola, che il ragazzo abbia rinunciato. Se ne può parlare in un momento tranquillo: «Dopo quell’episodio, che cosa ti avrebbe aiutato a ritrovare il gioco?». La sua risposta conta più della nostra interpretazione dalla tribuna.
Primo richiamo: accorgersi del respiro, senza forzarlo
In una pausa naturale dell’attività, il ragazzo può provare a notare come sta respirando e lasciare uscire l’aria senza spingere. Non occorre aggiungere conteggi complicati o trattenere il fiato. Il richiamo può essere una parola breve, scelta da lui: «Respiro». Serve come promemoria per riportare l’attenzione a ciò che sta facendo in quel momento.
Durante uno sforzo non gli si chiede di interrompere il movimento per eseguire una routine rigida. Tempi e modalità devono essere compatibili con il gioco. Se prestare attenzione al respiro gli risulta scomodo o distraente, si può scegliere un altro richiamo, come guardare un compagno. Nessun gesto deve diventare un obbligo da eseguire perfettamente.
Secondo richiamo: cercare un’informazione con lo sguardo
«Guarda» non significa fissare un punto a caso o cercare l’approvazione del genitore. Significa chiedersi quale informazione serva ora: dov’è il pallone? Quale compagno sta parlando? Che cosa sta indicando l’allenatore? La scelta dipende dal contesto e dalle consegne tecniche, che restano responsabilità dello staff.
Questo passaggio rende concreto il ritorno al presente. Il ragazzo non deve risolvere tutta la partita nella propria testa: può cercare un’informazione utile per la situazione che ha davanti. Il pallone perso rimane un episodio da comprendere; intanto, sul campo, qualcosa è già cambiato.
Terzo richiamo: scegliere un compito piccolo e riconoscibile
La prossima azione non deve ripagare l’errore con una giocata straordinaria. Può essere ascoltare il mister, comunicare con un compagno o rendersi nuovamente disponibile secondo il proprio ruolo. Il criterio è semplice: il ragazzo deve poter riconoscere che cosa sta provando a fare, senza dipendere dall’esito finale della gara.
Una parola come «Torno» oppure «Partecipo» può accompagnare quel compito. Meglio sceglierne una comprensibile per lui che imporre una frase motivazionale dell’adulto. È un invito a riprendere parte all’attività, non un voto sulla velocità con cui riesce a reagire.
Un esempio ipotetico: il gioco continua, anche con la delusione
Immaginiamo una scena inventata. Un giovane calciatore sbaglia un controllo e perde palla. Si irrita, guarda a terra e pensa alla possibilità mancata. In allenamento aveva concordato un richiamo: «Guardo e torno». Solleva lo sguardo, individua lo sviluppo dell’azione e riprende il compito indicato dal tecnico.
Non sappiamo se recupererà il pallone o se la giocata successiva riuscirà. Il punto da osservare è un altro: ha provato a rientrare nell’attività mentre era ancora deluso. L’analisi del controllo verrà dopo, con l’allenatore. Ripartire e comprendere l’errore sono due momenti del lavoro, entrambi importanti.
Una prova in allenamento, senza esame a fine partita
Se il ragazzo è interessato, può concordare con il tecnico una piccola prova:
- Scegliere: individuare un solo richiamo tra respiro, sguardo e compito, partendo da quello che sente più naturale.
- Provare: usarlo in una situazione di allenamento, senza aspettare una gara importante.
- Rivedere: raccontare quando lo ha ricordato, quando no e che cosa cambierebbe per renderlo più semplice.
Il genitore non deve contare quante volte la routine viene eseguita. Può chiedere, se il figlio desidera parlarne: «Hai trovato un gesto che ti aiuta a tornare nel gioco?». Anche «non ancora» è una risposta con cui lavorare. Evita di suggerire i tre passaggi a gran voce dalla tribuna: un sostegno discreto lascia spazio al ragazzo e allo staff.
La crescita si vede anche nel modo di riprovare
Nella pillola sul passaggio sbagliato e la scelta successiva abbiamo lavorato sullo sguardo del genitore. Qui il passo è pratico: offrire al giovane sportivo gesti da conoscere, provare e adattare. Senza fretta di trasformarli in risultati. Il lavoro di coaching accompagna questo percorso: riconoscere ciò che accade e costruire possibilità di risposta, un gesto alla volta.
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