Gentile Redazione,

oggi ho letto con attenzione e commozione l’articolo https://www.sondriotoday.it/sport/volley/pallavolo-giovanile-educazione-sconfitta-responsabilita-riflessione-papa.html “La partita di Francesca: riflessioni di un papà”. La prima cosa che sento di fare è mandare a quel papà un abbraccio sincero.
Lo comprendo profondamente. Lo comprendo perché sono un padre anch’io, prima ancora che un Mental Coach, e quelle sensazioni le vivo sulla mia pelle ogni giorno. Le vedo negli occhi dei bambini e degli adolescenti che incontro nello sport, in ogni disciplina e a ogni livello.
Negli anni, purtroppo, si è perso un valore fondamentale: l’umanità. E spesso non ci rendiamo conto di quanto comunicazione, parole e azioni possano incidere sulla crescita emotiva di un bambino o di un adolescente… e su ciò che diventerà domani.
Allenatori e società hanno un ruolo enorme, che va ben oltre il risultato o la vittoria. Perché lo sport educa, nel bene e nel male.
Faccio un esempio semplice. Immaginiamo una bambina che canta a squarciagola, felice. A un certo punto, magari stanchi o infastiditi, noi genitori le diciamo: “Stai zitta”. Detto in buona fede, forse. Ma come lo vive quella bambina? Potrebbe provare vergogna. E quella vergogna, un domani, potrebbe trasformarsi in timidezza, paura di parlare in pubblico, paura di sbagliare.
Ecco perché la domanda di quel papà — “Come si sente Francesca?” — non è rumore. È una domanda che chiede ascolto.
Agli adolescenti che vivono ingiustizie, nello sport e nella vita, ripeto spesso una cosa: esistono cose che possiamo controllare e cose che non possiamo controllare.
Se ciò che accade non dipende da Francesca, l’unica vera libertà che le resta è come reagire. Ed è qui che si fa la differenza.
Sentirsi isolati, tristi, non apprezzati, feriti… non è il problema. Il rischio vero è diventare quelle emozioni.
Noi non siamo le nostre emozioni. Le viviamo, le osserviamo, e poi possiamo lasciarle andare.
Non posso controllare ciò che non dipende da me, ma posso dare un significato a ciò che accade e scegliere uno stato d’animo diverso. Questo è un allenamento mentale, umano, prima ancora che sportivo.
Sì, queste vicende possono far perdere la passione per lo sport. Possono far nascere la paura di rivivere certe situazioni, la sensazione di non essere all’altezza.
Per questo il mio unico, semplice consiglio è questo: fermarsi. Fare silenzio. Respirare. Lasciare andare i pensieri senza giudicarsi e senza giudicare.
La risposta se andare avanti o fermarsi non è fuori. È dentro Francesca. E se si ferma ad ascoltarsi, quella risposta la troverà.
Con rispetto e gratitudine per aver acceso questa riflessione,
Matteo Barberi Papà, prima di tutto










