Rino Gattuso: quando anche un campione capisce che deve allenare sé stesso prima degli altri

La vera forza non è controllare tutto, ma imparare a gestire sé stessi. Una lezione di consapevolezza, equilibrio emotivo e leadership che ogni allenatore e genitore dovrebbe conoscere.

Quando pensiamo a Rino Gattuso, pensiamo immediatamente alla grinta, alla determinazione, alla passione e a quella straordinaria intensità che lo ha accompagnato per tutta la carriera da calciatore.

Un uomo che ha fatto della combattività uno dei suoi tratti distintivi.

Ma esiste un altro Gattuso, forse meno conosciuto. Un uomo che, diventato allenatore, ha dovuto confrontarsi con sé stesso, con le proprie reazioni e con un modo di vivere il calcio che rischiava di consumarlo.

Ed è proprio questa la parte della sua storia che considero più interessante.

Quando la passione rischia di diventare una prigione

Gattuso ha raccontato pubblicamente di aver attraversato momenti difficili nella sua carriera da allenatore.

La tensione, il nervosismo e la difficoltà di accettare determinati comportamenti dei giocatori lo avevano portato a vivere il lavoro con un carico emotivo importante.

Pretendeva dagli altri ciò che aveva sempre preteso da sé stesso.

Ma c’è un problema: non tutti pensano, sentono e reagiscono come noi.

Quello che per un allenatore rappresenta mancanza di impegno, per un ragazzo potrebbe essere paura di sbagliare, insicurezza o difficoltà nel gestire la pressione.

E qui nasce una domanda fondamentale:

Quante volte pretendiamo che gli altri cambino senza prima osservare il nostro modo di comportarci?

Il coraggio di farsi aiutare

Uno degli aspetti più significativi delle dichiarazioni di Gattuso riguarda la scelta di intraprendere un percorso personale per cambiare il proprio approccio.

Non abbiamo elementi sufficienti per attribuirgli una specifica pratica di meditazione o mindfulness.

Quello che emerge, però, è un lavoro sulla consapevolezza, sulla gestione delle reazioni e sulla capacità di relazionarsi in modo diverso con le persone.

Un passaggio fondamentale.

Perché riconoscere di avere bisogno di lavorare su sé stessi non significa essere deboli.

Significa avere il coraggio di mettere in discussione comportamenti che fino a quel momento consideravamo normali.

Non è necessario cambiare personalità. È possibile imparare a scegliere come esprimerla.

La differenza tra emozione e comportamento

Nel mio lavoro di Mental Coach incontro spesso atleti, allenatori e genitori che confondono due aspetti:

  • Quello che provano.
  • Quello che decidono di fare quando provano quell’emozione.

La rabbia non è necessariamente un problema.

La frustrazione non è un problema.

La delusione non è un problema.

Sono esperienze emotive che fanno parte della vita e dello sport.

Il punto è ciò che facciamo dopo.

Un allenatore può sentirsi arrabbiato per un errore del proprio giocatore. Ma può scegliere se urlare, giudicare o fornire un’indicazione concreta che aiuti il ragazzo a migliorare.

L’emozione arriva. Il comportamento si può allenare.

Ed è qui che il Mental Coaching trova uno dei suoi ambiti di applicazione più importanti.

La lezione per i mister del calcio giovanile

Immaginiamo un allenatore che, dopo un errore, urla a un bambino:

«Ma cosa stai facendo? Devi stare più attento!»

Forse pensa di motivarlo.

Ma quel ragazzo cosa sta imparando?

Che sbagliare è pericoloso? Che il mister si arrabbia? Che deve evitare un altro errore per non essere giudicato?

Proviamo a cambiare linguaggio:

«Alza lo sguardo, cerca il compagno libero e riprova.»

La situazione tecnica non è cambiata.

È cambiato il comportamento dell’adulto.

E con esso può cambiare l’esperienza emotiva del giovane atleta.

Questo è uno dei principi che applico nel metodo MB Performance: passare dal linguaggio che giudica al linguaggio che guida.

E noi genitori siamo davvero diversi?

Quante volte torniamo a casa da una partita arrabbiati perché nostro figlio ha giocato poco?

Quante volte critichiamo il mister davanti a lui?

Quante volte pensiamo di sapere esattamente cosa prova senza averglielo mai chiesto?

Vogliamo figli capaci di gestire le emozioni, ma siamo i primi a lasciarci trascinare dalle nostre.

Vogliamo insegnare loro a rispettare le decisioni, ma spesso siamo noi a non riuscire ad accettarle.

Questo non significa che dobbiamo condividere ogni scelta di una società o di un allenatore.

Significa imparare a distinguere la nostra emozione dalla risposta educativa che scegliamo di dare.

Il metodo MB Performance: fermarsi prima di reagire

Nel percorso MB Performance lavoriamo su tre passaggi fondamentali.

1. Riconosci l’emozione.

«Che cosa sto provando in questo momento?»

Rabbia? Frustrazione? Delusione? Paura?

2. Osserva ciò che ti spinge a fare.

«Questa emozione mi sta portando a giudicare, urlare, accusare oppure evitare?»

3. Scegli un comportamento funzionale.

«Quale azione concreta può aiutare davvero me o la persona che ho davanti?»

Anche una semplice espirazione lenta può creare uno spazio utile tra la reazione automatica e la risposta scelta.

Non si tratta di reprimere le emozioni, ma di imparare a utilizzarle senza esserne continuamente guidati.

La vera forza di un allenatore

La storia raccontata da Gattuso ci offre una riflessione preziosa.

Un uomo conosciuto per il carattere e la determinazione ha riconosciuto l’importanza di modificare il proprio modo di vivere e guidare gli altri.

Non ha dovuto rinunciare alla passione. Ha imparato a esprimerla diversamente.

E questo, per me, è uno dei significati più profondi dell’allenamento mentale.

Perché il cambiamento non inizia quando riusciamo a controllare gli altri.

Inizia quando diventiamo consapevoli di noi stessi.

La morale del Coach Matteo

Possiamo insegnare a un ragazzo cento esercizi tecnici, mille schemi e tutte le strategie possibili.

Ma se non impariamo a gestire il nostro comportamento nei suoi confronti, rischiamo di compromettere proprio quella fiducia che vorremmo costruire.

Prima di chiedere a un giovane atleta di essere più forte mentalmente, chiediamoci quanto stiamo allenando la nostra consapevolezza.

Perché i ragazzi non imparano soltanto da quello che diciamo.

Imparano soprattutto da come reagiamo quando le cose non vanno come vorremmo.

La consapevolezza precede il cambiamento.

Coach Matteo Barberi
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