«Papà, secondo te ho giocato bene?» Una domanda semplice, fatta magari appena saliti in macchina. Ma dietro quelle parole, a volte, c’è molto di più: il desiderio di essere visto, la paura di aver deluso qualcuno, il bisogno di capire se il proprio valore dipende da come è andata una partita.
Non riguarda soltanto il calcio. Accade dopo una gara di basket, una partita di tennis, una competizione di nuoto o di atletica, una giornata difficile in palestra. E riguarda una delle sfide più importanti per noi adulti: aiutare i ragazzi a costruire fiducia, senza trasformarci nell’unico metro con cui si giudicano.
Quando il voto degli altri diventa più importante dell’esperienza
Un giovane atleta può allenarsi con impegno, crescere tecnicamente e comunque tornare a casa cercando un voto: «Sono stato bravo?», «Il mister era contento?», «Hai visto quell’errore?». Cercare rassicurazioni è umano, soprattutto nell’adolescenza. Diventa però faticoso quando ogni allenamento si trasforma in un esame e ogni errore in una prova di non essere abbastanza.
Il problema non è la domanda del ragazzo. È il significato che, involontariamente, possiamo darle con la nostra risposta. Un «Sì, ma potevi impegnarti di più» apre un nuovo giudizio. Anche un «Sei stato il migliore!» ripetuto sempre può rinforzare l’idea che serva un’approvazione esterna per stare bene.
Dal giudizio alla guida: cambiare il linguaggio
Immagina un ragazzo che ha perso un pallone decisivo, una cestista che ha sbagliato due tiri liberi, una tennista che non è riuscita a chiudere il match. La prima esigenza non è necessariamente un’analisi tecnica. Spesso è sentirsi accolti anche quando qualcosa non funziona.
Possiamo rispondere: «Tu come ti sei sentito?», «C’è qualcosa che oggi ti è riuscito meglio rispetto alla scorsa settimana?», «Quale momento vorresti riprovare in allenamento?». Non sono formule magiche, e non bisogna trasformare ogni viaggio in un interrogatorio. Sono inviti a riportare l’attenzione dalla pagella al percorso.
Il linguaggio che giudica chiude: “Hai sbagliato”. Il linguaggio che guida apre: “Che cosa hai scoperto da quell’errore?”. La differenza non cancella le responsabilità. Aiuta, piuttosto, il ragazzo ad assumersi la responsabilità di crescere senza confondere la prestazione con la propria identità.
Tre piccoli gesti per costruire autonomia
1. Separare il risultato dal valore della persona
Dopo una sconfitta, ricordagli con naturalezza che il tuo affetto e la tua stima non cambiano. Non occorre un grande discorso: una presenza calma, un sorriso, una conversazione normale possono comunicare più di cento consigli.
2. Chiedere prima di dare consigli
Prova con: «Vuoi parlarne oppure preferisci staccare un po’?». Un ragazzo che può scegliere quando confrontarsi impara anche ad ascoltare ciò di cui ha bisogno. Talvolta il miglior supporto è rispettare il silenzio.
3. Allenare l’attenzione sui progressi controllabili
Invitalo a riconoscere un comportamento che dipende da lui: averci riprovato dopo un errore, aver incoraggiato un compagno, aver mantenuto concentrazione, essersi presentato all’allenamento con impegno. Il risultato conta nello sport, ma non racconta da solo l’intero percorso.
Il ruolo dell’allenatore e quello del genitore non sono in competizione
L’allenatore osserva, insegna, corregge e prende decisioni sportive. Il genitore può offrire un luogo sicuro in cui il ragazzo non debba continuamente dimostrare qualcosa. Quando questi due ruoli collaborano, lo sport può diventare un contesto prezioso per esercitare autonomia, coraggio e gestione delle emozioni.
Anche gli adulti, naturalmente, provano delusione, rabbia o preoccupazione. Non dobbiamo fingere di non sentire nulla. Possiamo però scegliere di non scaricare quelle emozioni sul ragazzo, specialmente nei minuti successivi alla gara.
La prossima volta che ti chiederà «Sono stato bravo?»
Prima di rispondere, prova a domandarti: «Lo sto aiutando a riconoscere il proprio valore o gli sto consegnando ancora una volta il mio voto?»
Da qui può cominciare una trasformazione: meno ricerca continua di approvazione, più capacità di ascoltarsi, riconoscere i progressi e affrontare gli errori. Non si costruisce in un pomeriggio; si allena, un dialogo alla volta.
MB Performance — MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.
Accompagnare un giovane atleta significa aiutarlo a diventare protagonista del proprio percorso, non soltanto della prossima partita. Se vuoi approfondire il rapporto tra emozioni, fiducia e prestazione sportiva di tuo figlio, puoi scoprire i percorsi di mental coaching su matteocoachperformance.it.










