La paura di sbagliare nel calcio può comparire prima di una scelta semplice: chiedere il pallone, provare un passaggio, affrontare un avversario o tirare. Il giovane atleta non sta necessariamente evitando l’impegno. A volte sta cercando di proteggersi dalla possibilità di un secondo errore, dal giudizio o dalla sensazione di deludere chi lo guarda.
Dire «non avere paura» nasce dal desiderio di rassicurarlo, ma non gli indica che cosa fare quando l’emozione arriva. Puoi aiutarlo a spostare l’attenzione da ciò che è già accaduto a una domanda concreta: qual è la prossima azione utile che dipende da te?
L’errore è finito, la partita continua
Dopo un passaggio sbagliato, la mente può restare agganciata all’azione precedente: «Adesso sbaglierò ancora», «il mister mi sostituirà», «gli altri penseranno che non sono capace». Sono pensieri possibili, non fatti già avvenuti. Se occupano tutta l’attenzione, il ragazzo rischia di arrivare tardi proprio sulla situazione successiva.
Non serve cancellare l’errore o trasformarlo subito in qualcosa di positivo. Quell’azione può essere osservata e, più tardi, compresa. Durante il gioco, però, la priorità è rientrare nella situazione presente: guardare il campo, recuperare la posizione, rendersi disponibile, comunicare con un compagno.
Il punto non è promettere che la prossima scelta riuscirà. È scegliere un comportamento possibile anche quando la paura non è ancora scomparsa.
Dal risultato alla prossima azione controllabile
«Non sbagliare più» non è un obiettivo pratico: nessun giovane calciatore può garantirlo. «Chiedi di nuovo il pallone» oppure «torna nella tua posizione» descrivono invece azioni osservabili. Aiutano a riportare l’attenzione su ciò che può essere fatto adesso.
Come genitore, puoi usare domande brevi senza diventare un secondo allenatore:
- Che cosa vedi adesso? Riporta lo sguardo alla situazione presente.
- Qual è la prossima scelta utile? Invita a individuare un passo, non la partita perfetta.
- Che cosa dipende da te? Separa l’azione personale dal giudizio degli altri e dal risultato.
Queste domande sono più utili in un momento tranquillo, non gridate dalla tribuna mentre l’azione continua. Le soluzioni tecniche specifiche restano parte del lavoro con l’allenatore.
Un esempio ipotetico: chiedere ancora il pallone
Immagina una situazione inventata. Un giovane calciatore perde palla tentando un passaggio e, nelle azioni successive, si nasconde dietro l’avversario. Non vuole ricevere perché teme di ripetere l’errore. A fine gara dice: «Dopo quel passaggio non volevo più rischiare».
Il genitore potrebbe rispondere: «Capisco che ti sia rimasto in testa. Quale piccola cosa avresti potuto fare nell’azione dopo?». Il ragazzo potrebbe scegliere: farsi vedere dal compagno, chiamare la palla o tornare subito in copertura. Non serve stabilire quale risposta sia perfetta. Conta individuare una possibilità concreta da provare.
Il dialogo non deve concludersi con una promessa come «la prossima volta non avrò paura». Una frase più realistica può essere: «Se avrò paura, proverò comunque a rendermi disponibile nell’azione successiva».
Una routine in tre passaggi: vedo, scelgo, agisco
Puoi proporre questa breve routine fuori dalla gara, presentandola come un esperimento e non come un obbligo.
- Vedo. Il ragazzo nomina un elemento presente: la posizione del pallone, un compagno libero, lo spazio da coprire.
- Scelgo. Individua una sola azione possibile: tornare in posizione, comunicare, proporsi o seguire l’avversario.
- Agisco. Esegue quella scelta senza aspettare di sentirsi completamente sicuro.
Potete allenarla anche ripensando a un episodio immaginario o a una situazione generica. L’obiettivo non è trasformare il genitore in preparatore tecnico, ma offrire un linguaggio semplice per tornare al presente.
Che cosa dire dopo la gara
Prima di analizzare l’errore, verifica se tuo figlio vuole parlarne. Puoi chiedere: «Ti va di raccontarmi quella situazione o preferisci più tardi?». Se sceglie di aspettare, rispettare il momento fa parte dell’ascolto. Nell’articolo su come lasciare tempo alle parole dopo la partita trovi tre passaggi per non trasformare il ritorno a casa in un interrogatorio.
Quando il dialogo inizia, evita frasi assolute come «hai avuto paura per tutta la gara» o «devi essere più coraggioso». Parti da un episodio preciso e lascia che sia lui a descriverlo. Puoi riconoscere l’emozione senza definirlo attraverso di essa: avere paura in un momento non significa essere una persona paurosa.
Un esercizio per genitore e atleta
Dividete un foglio in due colonne. Nella prima scrivete «Non posso controllare»; nella seconda «Posso scegliere». Inserite nella prima il risultato, il giudizio degli altri, la decisione arbitrale o la reazione del compagno. Nella seconda annotate azioni brevi: guardare prima di ricevere, tornare in posizione, comunicare, chiedere di nuovo il pallone.
Scegliete una sola voce della seconda colonna per il prossimo allenamento. Dopo, chiedetevi se è stata provata, non se ha prodotto subito un gol o una prestazione perfetta. La verifica riguarda il comportamento scelto.
La fiducia non richiede l’assenza di paura
La fiducia non consiste nel sapere che ogni giocata riuscirà. Può significare restare disponibili a scegliere anche dopo un errore. Come genitore, non devi eliminare ogni timore né garantire il risultato. Puoi aiutare tuo figlio a riconoscere ciò che prova e a trovare una piccola azione che lo rimetta dentro il gioco.
Un errore appartiene all’azione appena conclusa. La prossima scelta è ancora aperta.
Scopri MB Performance Genitori:
https://matteocoachperformance.it/mb-performance-genitori/











