Tuo figlio torna dall’allenamento e parla poco. Oppure sale in macchina arrabbiato: per un errore, per una scelta dell’allenatore, per una prestazione che non lo soddisfa.

Tu vorresti aiutarlo. A volte gli dai un consiglio, altre provi a rassicurarlo. Ma può essere difficile capire quando parlare, quando ascoltare e quando lasciargli spazio.

Che giochi a calcio o a basket, pratichi tennis, running o un’altra disciplina, lo sport può metterlo davanti a domande molto personali:

Mi sento capace? Posso sbagliare? Come reagisco quando gli altri si aspettano qualcosa da me? Che cosa voglio davvero?

Sono domande che meritano attenzione, soprattutto quando, dai dodici anni in avanti, il ragazzo cerca maggiore autonomia e comincia a costruire le proprie scelte.

Il mio lavoro riguarda anche gli sport di squadra e individuali

Molti genitori mi conoscono attraverso il calcio, un mondo che occupa una parte importante della mia esperienza e dei miei contenuti.

Il mio lavoro di mental coaching si rivolge però anche a ragazzi che praticano altri sport, sia di squadra sia individuali.

Cambiano le situazioni: un tiro sbagliato nel basket, un doppio fallo nel tennis, un allenamento di corsa vissuto con frustrazione, una convocazione che non arriva.

Per questo ogni percorso parte dalla persona, dalla sua disciplina e dal contesto in cui si allena. Ascolto ciò che vive, quali difficoltà incontra e quali obiettivi sente propri.

Costruire fiducia per scegliere

L’obiettivo che guida il mio metodo è semplice: aiutare il ragazzo a costruire fiducia in sé, perché possa prendere le proprie decisioni con maggiore consapevolezza.

Quella fiducia si esercita nei comportamenti quotidiani: provare ancora dopo un errore, fare una domanda all’allenatore, riconoscere un bisogno, assumersi una responsabilità.

Un ragazzo può imparare a dirsi: «Questa cosa oggi non mi è riuscita. Che cosa posso fare nella prossima azione?».

Può anche imparare a chiedere aiuto o a esprimere un dubbio senza viverlo come una debolezza.

Il percorso si costruisce attraverso piccoli passi, con obiettivi concreti e un confronto sul modo in cui vengono affrontati.

Un esempio: dopo un tiro sbagliato

Immaginiamo un ragazzo che, durante una partita di basket, sbaglia due tiri e comincia a evitare il pallone.

Potrebbe pensare: «Se sbaglio ancora, deludo tutti». Da quel momento gioca soprattutto per proteggersi dall’errore.

Nel lavoro di coaching possiamo esplorare quel momento e individuare una risposta praticabile: tornare a guardare il gioco, rendersi disponibile per un passaggio, concentrarsi sulla prossima scelta.

Anche il contesto conta. Le aspettative degli adulti, il clima della squadra, il carico di allenamento e le difficoltà scolastiche vanno considerati insieme a ciò che il ragazzo sente e pensa.

Il genitore può aprire uno spazio di autonomia

Dopo un allenamento, prova a chiedere:

«Preferisci raccontarmi com’è andata, avere un mio parere oppure parlarne più tardi?»

È un piccolo esercizio: gli offri ascolto e gli lasci una scelta.

Quando sarà pronto, puoi aggiungere: «Che cosa vorresti provare a fare diversamente la prossima volta?».

L’intenzione è accompagnarlo mentre costruisce il proprio modo di affrontare le difficoltà. Il suo punto di vista diventa il punto di partenza.

Dallo sport alle scelte quotidiane

Nel mio lavoro affianco ragazzi e genitori su questi temi: fiducia, gestione degli errori, comunicazione e autonomia.

Il percorso viene definito sulla persona e sui suoi bisogni, con attenzione alla sua età e alle situazioni che sta vivendo.

Tuo figlio ha dai dodici anni in su e pratica uno sport di squadra o individuale? Scrivimi su WhatsApp al 389 040 4629: raccontami la situazione e valutiamo insieme se una prima sessione di coaching da 49 € può essere un passo utile.

Matteo Barberi — Mental Coach sportivo | MB Performance

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