
Tuo figlio non ha bisogno di sentirsi giudicato. Ha bisogno di sentirsi guidato.
Dal linguaggio che giudica al linguaggio che guida: il ruolo delle parole nella crescita di un giovane atleta.
Di Matteo Barberi – Mental Coach Sportivo | MB Performance
Ci sono parole che sembrano innocue, pronunciate magari dopo una partita, un allenamento o una competizione. Parole che un genitore dice perché vorrebbe vedere suo figlio felice, sicuro, determinato.
«Oggi non eri concentrato.»
«Devi avere più carattere.»
«Non puoi sbagliare sempre così.»
«Se vuoi arrivare lontano devi impegnarti di più.»
Frasi spesso pronunciate con le migliori intenzioni. Ma ci siamo mai chiesti come vengono ascoltate da un ragazzo?
Perché ciò che diciamo non sempre coincide con ciò che nostro figlio sente.
E qui nasce una delle responsabilità più importanti di noi adulti: imparare a comunicare per far crescere, non per giudicare.
Quando il giudizio diventa un peso
Immagina un giovane calciatore che sbaglia un passaggio decisivo. Oppure un cestista che perde due palloni consecutivi, un tennista che commette un doppio fallo o una giovane pallavolista che sbaglia una battuta.
Il ragazzo spesso conosce perfettamente il proprio errore.
Non ha bisogno che qualcuno glielo ricordi continuamente.
Dentro di sé potrebbe già pensare:
«Ho deluso tutti.»
«Non sono abbastanza bravo.»
«Adesso il mister non si fiderà più di me.»
«Papà sarà arrabbiato.»
In quel momento, un commento giudicante può aumentare la pressione che sta già vivendo.
Il rischio è che il giovane atleta non giochi più per esprimere il proprio talento, ma per evitare l’errore.
E quando un ragazzo gioca per non sbagliare, spesso smette di giocare con libertà.
La differenza tra giudicare e guidare
Guidare non significa evitare ogni critica.
Non significa dire sempre «bravo», anche quando non è vero.
Significa trasformare le nostre parole in occasioni di riflessione e crescita.
Ecco alcuni esempi.
Linguaggio che giudica: «Oggi sei stato troppo timido.»
Linguaggio che guida: «In quale momento avresti voluto avere più coraggio?»
Linguaggio che giudica: «Non sei mai concentrato.»
Linguaggio che guida: «Che cosa ti ha fatto perdere la concentrazione e come potresti ritrovarla?»
Linguaggio che giudica: «Devi reagire quando sbagli.»
Linguaggio che guida: «Cosa potrebbe aiutarti a ripartire dopo un errore?»
Linguaggio che giudica: «Gli altri ci mettono più grinta di te.»
Linguaggio che guida: «Quale atteggiamento vorresti portare nel prossimo allenamento?»
La differenza è profonda.
Il giudizio tende a definire il ragazzo attraverso ciò che ha fatto.
La guida lo invita a scoprire ciò che può fare.
Le parole costruiscono anche l’autostima
L’autostima di un giovane sportivo non nasce soltanto dai risultati.
Si sviluppa anche attraverso le esperienze quotidiane, il rapporto con gli adulti e il modo in cui impara a interpretare successi e difficoltà.
Se un ragazzo riceve continuamente valutazioni sulla sua prestazione, può iniziare a cercare conferme all’esterno.
«Sono stato bravo?»
«Sei contento di me?»
«Hai visto quanto ho giocato?»
La domanda che ogni genitore dovrebbe porsi è questa:
Sto aiutando mio figlio a riconoscere il proprio valore oppure lo sto abituando a cercarlo sempre nel mio giudizio?
Il nostro compito è accompagnarlo verso una fiducia più autonoma.
Una fiducia che non scompare dopo una sconfitta, una sostituzione o una giornata difficile.
Genitori e allenatori: siamo alleati nella crescita?
Il linguaggio che guida riguarda tutti gli sport, individuali e di squadra.
Nel calcio, nel basket, nel tennis, nel running o nella pallavolo cambiano le situazioni tecniche, ma il bisogno di sentirsi sostenuti rimane.
Un allenatore può correggere un errore senza svalutare la persona.
Un genitore può esprimere una preoccupazione senza trasformarla in pressione.
Un giovane atleta può imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza sentirsi definito dai propri sbagli.
Questo è un clima potenziante.
Un ambiente nel quale la responsabilità convive con la fiducia, la disciplina con il rispetto e l’ambizione con il benessere emotivo.
Tre domande da fare a tuo figlio dopo una gara
La prossima volta che tuo figlio sale in macchina dopo una partita, prova a non iniziare dalla prestazione.
Aspetta, ascolta e, se ha voglia di parlare, prova con queste domande:
- «Qual è il momento che ti è piaciuto di più oggi?»
- «Cosa hai imparato su te stesso?»
- «Cosa vorresti provare a fare diversamente la prossima volta?»
Non servono interrogatori.
Servono ascolto, curiosità autentica e la capacità di accettare anche il silenzio.
A volte la frase più importante rimane semplicemente:
«Sono felice di averti visto giocare.»
Il mio messaggio ai genitori
Nel mio lavoro di Mental Coach Sportivo incontro ragazzi che desiderano migliorare, superare le proprie paure, sentirsi più sicuri.
Ma incontro anche genitori che amano profondamente i loro figli e che, proprio per questo amore, a volte faticano a trovare il modo migliore per sostenerli.
Non dobbiamo diventare genitori perfetti.
Dobbiamo diventare genitori più consapevoli.
Capire quando intervenire e quando ascoltare.
Quando incoraggiare e quando lasciare spazio.
Quando una parola può accendere il coraggio e quando rischia di spegnerlo.
Perché alla fine nostro figlio non ricorderà soltanto quanti gol ha segnato, quanti punti ha realizzato o quante partite ha vinto.
Ricorderà soprattutto come si è sentito con noi al suo fianco.
Caro genitore, le tue parole possono diventare un peso da portare oppure una forza su cui contare.
Scegli di essere quella forza.
MB PERFORMANCE – MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.
Matteo Barberi – Mental Coach Sportivo
Accompagno giovani atleti, genitori e allenatori nella crescita mentale, emotiva e sportiva, nel calcio e negli altri sport individuali e di squadra.
Percorsi online e in presenza a Vercelli, Novarello e Pianezza.
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