
Il parcheggio silenzioso nelle scuole calcio: quando un bambino si allena, ma non si sente parte della squadra
Il problema non è soltanto quanto gioca un bambino. Il problema è quanto si sente visto, seguito e aiutato a crescere.
Di Matteo Barberi – Mental Coach Sportivo | MB Performance
Tutti parlano di crescita. Ma di chi?
Ogni settimana incontro genitori, ascolto ragazzi, osservo allenamenti e partite del calcio giovanile.
E c’è una dinamica che merita una riflessione seria: il parcheggio dei bambini nelle scuole calcio.
Non parlo necessariamente di bambini lasciati fisicamente in disparte. Parlo di qualcosa di molto più sottile.
Bambini che partecipano agli allenamenti, indossano la stessa divisa, pagano la stessa quota, fanno parte della stessa squadra, ma che progressivamente ricevono meno attenzioni, meno opportunità, meno stimoli e, qualche volta, meno considerazione.
Formalmente sono dentro il gruppo.
Emotivamente rischiano di sentirsi fuori.
E questa è una responsabilità che non possiamo ignorare.
Ogni bambino ha il suo tempo. Ma siamo davvero disposti ad aspettarlo?
A 8, 9 o 10 anni i bambini attraversano fasi di sviluppo differenti.
C’è chi matura prima fisicamente, chi comprende più velocemente alcune dinamiche del gioco, chi possiede già una buona coordinazione e chi ha semplicemente bisogno di più tempo.
C’è il bambino che oggi domina grazie alla propria fisicità e quello che, magari, tra due anni svilupperà capacità che oggi non riusciamo ancora a vedere.
Essere più avanti oggi non significa necessariamente avere più potenziale domani.
E allora pongo una domanda ai mister e alle società:
Se sappiamo che ogni bambino cresce con tempi diversi, perché qualche volta organizziamo le opportunità come se il livello raggiunto oggi fosse una sentenza sul suo futuro?
La scuola calcio dovrebbe essere il luogo in cui si costruiscono le capacità, non soltanto quello in cui si premiano le capacità già presenti.
La quota è uguale. Le attenzioni lo sono?
Partiamo da un elemento molto concreto.
Un genitore paga una quota affinché il proprio figlio possa partecipare a un percorso sportivo ed educativo.
Non acquista un posto da titolare. Non compra una convocazione. Non può pretendere che il figlio sia considerato il migliore.
Ma ha il diritto di aspettarsi un percorso serio, organizzato e realmente rivolto alla crescita del bambino.
E il bambino, indipendentemente dal livello raggiunto, merita attenzione, insegnamento, stimoli e opportunità adeguate.
Le stesse opportunità educative non significano fare esattamente le stesse cose. Significano che nessuno deve smettere di essere allenato.
Talvolta le società costituiscono gruppi sempre più numerosi, anche per esigenze economiche e organizzative.
Più iscritti, più quote, più bambini da gestire.
E il lavoro del mister diventa inevitabilmente più complesso.
Quando aumentano i numeri senza aumentare proporzionalmente le risorse educative, può comparire una scorciatoia, magari anche inconsapevole.
Dedicare più tempo a chi è già avanti.
Seguire maggiormente chi comprende subito.
Investire più energie su chi oggi offre migliori prestazioni.
Gli altri continuano ad allenarsi, certo.
Ma quanto stanno realmente crescendo?
Mister, ti sei mai chiesto come si sente quel bambino?
Vorrei fermarmi sulle emozioni.
Immaginiamo un bambino di nove anni.
Si allena regolarmente. Arriva puntuale. Si impegna. Cerca di migliorare. Aspetta la convocazione del fine settimana.
Poi scopre che, ancora una volta, non farà parte del gruppo.
Magari non protesta.
Magari dice ai genitori che va tutto bene.
Magari continua a sorridere durante gli allenamenti.
Ma cosa sta pensando davvero?
«Forse non sono abbastanza bravo.»
«Il mister preferisce gli altri.»
«Anche se mi impegno, non cambia nulla.»
«Che cosa devo fare per avere una possibilità?»
Non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo. Qualcuno si motiva, qualcuno si arrabbia, qualcuno sembra indifferente.
Altri, lentamente, iniziano a convincersi di non essere all’altezza.
E qui arriva il rischio più importante.
Che un bambino non interpreti più la difficoltà come qualcosa su cui lavorare, ma come una caratteristica della propria identità.
Non più: «Devo migliorare in questo».
Ma: «Io non sono capace».
Sono due convinzioni profondamente diverse.
La prima apre una possibilità.
La seconda rischia di chiuderla.
E i genitori? Qualcuno parla con loro?
Non possiamo dimenticare le famiglie.
Dietro ogni bambino ci sono genitori che organizzano la propria vita tra scuola, allenamenti, trasferte e impegni quotidiani.
Ci sono aspettative, sacrifici economici e organizzativi, ma soprattutto emozioni.
Un genitore può provare delusione, rabbia, frustrazione o impotenza.
Naturalmente deve imparare a gestire queste emozioni senza trasferirle sul figlio e senza trasformare ogni scelta dell’allenatore in un conflitto.
Ma questo non significa che debba rimanere nell’incertezza.
Perché non prevedere momenti semplici di confronto?
Perché non spiegare quali aspetti si stanno allenando?
Perché non condividere i progressi, anche piccoli?
Perché non comunicare che cosa può fare un bambino per crescere?
Non servono continue giustificazioni delle convocazioni.
Serve una comunicazione educativa.
Una famiglia che conosce il percorso del proprio figlio può comprendere anche una scelta difficile. Una famiglia lasciata senza spiegazioni rischia invece di vivere ogni esclusione come un giudizio sul bambino.
Quando arriva la partita importante, vogliamo fare bella figura
Affrontiamo anche un tema scomodo.
Una scuola calcio viene invitata a giocare contro una società professionistica o a partecipare a un torneo prestigioso.
La società vuole fare bella figura.
Il mister desidera proporre una squadra competitiva.
E così vengono scelti prevalentemente i bambini considerati più pronti.
Comprendo la dinamica. Lo sport comprende anche il confronto e la competizione.
Lascio ai lettori valutare quanto questo criterio debba pesare nel settore di base.
Ma vorrei porre un’altra domanda.
Se le occasioni più stimolanti vengono offerte quasi sempre agli stessi bambini, come potranno gli altri acquisire quelle esperienze che servono proprio per migliorare?
Non è necessario garantire a tutti ogni singola partita.
È necessario, però, che le opportunità di crescita non diventino un privilegio permanente.
La selezione occasionale può avere una spiegazione tecnica.
L’esclusione sistematica, senza un percorso alternativo e senza comunicazione, merita invece una riflessione educativa.
E a nove anni non possiamo limitarci a rispondere: «È una scelta tecnica».
Una scelta tecnica dovrebbe sempre inserirsi in un progetto di crescita.
Altrimenti rischia di diventare soltanto un’etichetta.
La vera domanda che farei a una società
Non chiederei soltanto quanti tornei avete vinto.
Non chiederei quanti gol avete segnato.
E nemmeno quanti bambini avete mandato in una società professionistica.
Chiederei:
«Dei bambini che avete accolto a settembre, quanti sono migliorati grazie al vostro lavoro?»
E aggiungerei:
- Quanti hanno acquisito maggiore fiducia?
- Quanti hanno migliorato competenze tecniche e capacità di gioco?
- Quanti si sentono parte della squadra?
- Quanti hanno imparato a gestire meglio errori e difficoltà?
- Quanti sono ancora felici di venire ad allenarsi?
Perché il risultato più importante di una scuola calcio non dovrebbe essere soltanto ciò che riescono a fare i bambini più pronti.
Dovrebbe essere anche ciò che la scuola riesce a far diventare quelli che avevano bisogno di più aiuto.
Una soluzione semplice: il Patto di Crescita
Non servono necessariamente grandi progetti, strumenti costosi o riunioni interminabili.
Propongo qualcosa di molto concreto.
Un Patto di Crescita per ogni bambino, con tre impegni.
1. Un obiettivo concreto per ogni bambino
Ogni mese il mister individua uno o due aspetti su cui lavorare.
Non «devi diventare più bravo», ma, per esempio:
«Alleniamo il controllo orientato».
«Lavoriamo sulla scelta dopo aver ricevuto il pallone».
«Impariamo a chiedere nuovamente la palla dopo un errore».
Un obiettivo osservabile permette al bambino di sapere su cosa concentrarsi.
2. Un’opportunità reale e programmata
Ogni bambino deve poter sperimentare quanto sta imparando, anche nelle situazioni di gioco.
Non significa identico minutaggio in ogni singola partita.
Significa evitare che alcuni ricevano continuamente opportunità e altri restino sempre in attesa.
Se oggi un bambino non viene convocato, quale opportunità concreta gli viene proposta per continuare a crescere?
Questa dovrebbe essere la domanda del mister.
3. Un feedback periodico alla famiglia
Bastano cinque minuti, anche una volta al mese, per condividere tre informazioni:
- Che cosa è migliorato.
- Su cosa stiamo lavorando.
- Quale sarà il prossimo passo.
Non una pagella.
Non un confronto con i compagni.
Un piccolo momento di consapevolezza condivisa.
Il bambino sa dove sta andando.
La famiglia comprende il progetto.
Il mister rende visibile il proprio lavoro.
E la società può verificare che tutti i bambini siano effettivamente seguiti.
Il mister non deve essere perfetto. Deve essere consapevole.
So bene quanto sia difficile allenare un gruppo numeroso di bambini.
So quanto tempo, energia, pazienza e competenza richieda.
E so anche che spesso gli allenatori operano con risorse limitate.
Per questo non voglio trasformare questa riflessione in un’accusa generalizzata.
Ci sono mister straordinari, capaci di vedere possibilità dove altri vedono soltanto limiti.
E ci sono società che lavorano con grande serietà.
Ma proprio perché educare è difficile, abbiamo bisogno di maggiore consapevolezza.
Una parola, uno sguardo, una spiegazione, un incoraggiamento o una piccola responsabilità affidata a un bambino possono influenzare profondamente il suo modo di vivere lo sport.
Non possiamo controllare ogni emozione che un bambino proverà.
Possiamo però evitare che l’indifferenza diventi parte della sua esperienza sportiva.
Una domanda finale a mister, società e genitori
Se un bambino non è ancora pronto, il nostro compito è aspettare che diventi bravo da solo oppure aiutarlo a diventarlo?
E se dopo mesi di allenamenti quel bambino continua a essere considerato soltanto uno dei meno pronti, siamo sicuri di aver valutato anche la qualità delle opportunità che gli abbiamo offerto?
Non tutti diventeranno calciatori professionisti.
Non tutti giocheranno allo stesso livello.
Non tutti avranno gli stessi tempi e le stesse capacità.
Ma tutti dovrebbero poter dire:
«Il mio mister mi conosce, mi aiuta e crede che io possa migliorare».
Perché un bambino può anche accettare di partire dalla panchina.
Quello che non dovrebbe mai imparare è sentirsi parcheggiato.
A nove anni non dovrebbe essere il bambino a dimostrare di meritare un percorso di crescita. Dovrebbe essere la scuola calcio a dimostrare di saperlo offrire.
Da Genitore a Coach: impariamo ad accompagnare, non a sostituirci
Anche noi genitori abbiamo una responsabilità: riconoscere le emozioni dei nostri figli, distinguere i loro bisogni dalle nostre aspettative e imparare a dialogare con allenatori e società senza trasformare ogni difficoltà in uno scontro.
Per questo ho realizzato il percorso Da Genitore a Coach, dedicato a chi desidera accompagnare la crescita sportiva ed emotiva del proprio figlio con maggiore consapevolezza.
Scopri il percorso Da Genitore a Coach

Matteo Barberi – Mental Coach Sportivo
MB Performance | La consapevolezza precede il cambiamento.









