Nel calcio giovanile capita spesso di dividere i bambini in gruppi sulla base delle competenze tecniche, fisiche o delle esigenze organizzative. Ma cosa accade quando un bambino interpreta quella scelta come un giudizio sul proprio valore? E quale ruolo hanno i genitori nella costruzione della sua autostima?
Quando una scelta tecnica diventa un’etichetta personale
Immagina un bambino di 9 o 10 anni.
Si allena con entusiasmo, ama il calcio e si sente parte della propria squadra.
Poi, un giorno, scopre che alcuni compagni sono stati inseriti nel gruppo A, mentre lui è stato assegnato al gruppo B.
Magari nessuno gli ha spiegato realmente il motivo.
Torna a casa e chiede:
«Papà, perché io sono nel gruppo B? Vuol dire che sono meno bravo degli altri?»
È una domanda che merita attenzione.
Perché nella mente di un bambino il passaggio può essere molto rapido:
«Sono nel gruppo B.»
«Quindi sono meno bravo.»
«Allora valgo meno degli altri.»
Ma attenzione: queste tre affermazioni non significano la stessa cosa.
La prima descrive una scelta organizzativa o tecnica. Le altre possono trasformarsi in giudizi sulla propria identità.
Ed è proprio qui che noi adulti possiamo fare la differenza.
Il rischio: confondere il livello tecnico con il valore personale
Diciamolo chiaramente: nello sport esistono differenze.
Ci sono bambini che in un determinato momento possiedono competenze tecniche più sviluppate, maggiore coordinazione, velocità o capacità di lettura del gioco.
Negarlo sarebbe poco utile.
Ma esiste una differenza fondamentale tra affermare:
«Oggi alcuni compagni hanno competenze tecniche più avanzate.»
E affermare:
«Quei bambini valgono più di te.»
La prima è una valutazione sportiva, che dovrebbe essere riferita a competenze specifiche e a un determinato momento.
La seconda è un giudizio personale che non trova alcuna giustificazione.
Il livello tecnico può cambiare. Il valore di un bambino come persona non dipende dal gruppo in cui viene inserito.
Inoltre, soprattutto durante l’infanzia, i percorsi di crescita non sono uguali per tutti.
Un bambino può sviluppare alcune competenze prima di altri, senza che questo permetta di prevedere con certezza quale sarà il suo futuro sportivo.
Ma attenzione anche alle emozioni dei genitori
Quando un figlio viene inserito nel cosiddetto secondo gruppo, non è sempre il bambino a soffrire per primo.
A volte siamo noi adulti.
Ci sentiamo delusi.
Ci confrontiamo con gli altri genitori.
Ci chiediamo perché sia stato scelto un compagno anziché nostro figlio.
E magari iniziamo a dire:
«Non è giusto.»
«Tu sei più bravo di quelli del gruppo A.»
«Il mister non capisce niente.»
«Vedrai che gli farai cambiare idea.»
Frasi pronunciate con l’intenzione di proteggerlo.
Ma che possono comunicare un messaggio involontario:
«Essere nel gruppo B è qualcosa di negativo da cui devi uscire per dimostrare il tuo valore.»
E così il bambino potrebbe iniziare a vivere ogni allenamento non come un’occasione per imparare, ma come un esame per essere promosso.
La domanda diventa allora:
«Voglio migliorare perché amo giocare o perché devo dimostrare di meritare il gruppo A?»
Il Metodo MB Performance: separare il giudizio dalla crescita
Nel mio lavoro di Mental Coach Sportivo parto da un principio:
La consapevolezza precede il cambiamento.
Quando un giovane atleta vive una situazione di questo tipo, attraverso il Metodo MB Performance lavoriamo su quattro passaggi.
1. RICONOSCI — Come mi sento?
«Sono deluso perché avrei voluto essere con gli altri compagni.»
Prima di intervenire, aiutiamo il bambino a riconoscere ciò che prova senza minimizzare.
2. DISTINGUI — Fatto o interpretazione?
Fatto: «Sono stato inserito nel gruppo B.»
Interpretazione: «Valgo meno degli altri.»
Il gruppo descrive una collocazione sportiva, non il valore della persona.
3. RIPORTA — Su cosa posso lavorare?
Spostiamo l’attenzione dall’etichetta al miglioramento di competenze concrete, come il controllo del pallone, la scelta di gioco e la collaborazione.
4. AGISCI — Qual è il prossimo passo?
«Al prossimo allenamento provo a migliorare una cosa precisa, indipendentemente dal gruppo in cui gioco.»
L’obiettivo è tornare protagonista del proprio percorso.
Genitori: cosa dire concretamente a vostro figlio?
Quando vostro figlio vi domanda:
«Papà, ma allora sono meno bravo degli altri?»
Potreste rispondere:
«In questo momento il mister ha deciso di dividervi in gruppi. Può darsi che alcuni compagni siano più avanti di te in determinate capacità, e questo fa parte dello sport.
Ma non significa che tu valga meno di loro.
Il tuo valore non cambia in base alla squadra in cui giochi, ai gol che segni o ai minuti che fai.
Quello che conta è che tu possa continuare a imparare, divertirti e migliorare.
E se vuoi, possiamo capire insieme al mister su quali aspetti lavorare.»
Questa risposta non nega le differenze tecniche.
Non promette il passaggio nel gruppo A.
E soprattutto non trasforma la scelta dell’allenatore in una sentenza sul futuro del bambino.
Proteggere l’autostima non significa convincere nostro figlio che sia il migliore. Significa aiutarlo a comprendere che può avere difficoltà, limiti e competenze da sviluppare senza perdere valore come persona.
Allenatori e società: attenzione alle etichette
Anche le società sportive hanno una responsabilità importante.
Dividere i bambini in gruppi può avere finalità tecniche e organizzative legittime.
Ma è fondamentale chiedersi:
Come vengono presentati questi gruppi?
Sono percorsi flessibili oppure categorie rigide?
I bambini possono cambiare gruppo in funzione dei progressi?
Ricevono opportunità adeguate di allenamento e di gioco?
Le famiglie comprendono gli obiettivi educativi e tecnici della scelta?
Perché un gruppo pensato per facilitare l’apprendimento può diventare controproducente se viene vissuto come una classifica permanente del valore dei bambini.
Il problema non è necessariamente creare gruppi differenti.
Il problema nasce quando una valutazione temporanea diventa un’identità permanente.
Non dobbiamo insegnare ai bambini a diventare di serie A
Dobbiamo aiutarli a sviluppare fiducia, autonomia e capacità di affrontare le difficoltà.
Un bambino non dovrebbe allenarsi soltanto per passare dal gruppo B al gruppo A.
Dovrebbe allenarsi per imparare, divertirsi, mettersi alla prova e scoprire le proprie possibilità.
E noi genitori dobbiamo imparare a osservare la crescita senza trasformare ogni scelta tecnica in una valutazione del nostro successo educativo.
Perché oggi nostro figlio potrebbe essere nel gruppo B.
Domani nel gruppo A.
Oppure potrebbe trovare il proprio ambiente ideale in un’altra squadra.
Ma in nessuna di queste situazioni cambia il suo valore come persona.
Il gruppo in cui giochi racconta qualcosa del tuo percorso sportivo di oggi. Non definisce chi sei e soprattutto non determina chi potrai diventare.
E allora, cari genitori, vorrei lasciarvi con una domanda:
«È tuo figlio a sentirsi di serie B oppure siamo noi adulti a farglielo credere?»
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Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo
MB PERFORMANCE — Mente. Emozioni. Risultati.









