Molti giovani entrano in campo sapendo che cosa devono fare secondo l’allenatore, il genitore o la squadra. Più raramente si fermano a scegliere che cosa vogliono allenare loro in quella seduta. Eppure un piccolo obiettivo personale può cambiare il modo in cui un ragazzo vive l’allenamento: non più soltanto come qualcosa da eseguire, ma come uno spazio in cui osservare, provare e assumersi una parte di responsabilità.

Non serve un obiettivo grande. Per un adolescente può essere sufficiente decidere: “Oggi, dopo ogni errore, torno subito disponibile”, oppure “Prima di ricevere palla guardo almeno una volta alle mie spalle”. Il valore non sta nella frase perfetta, ma nel fatto che la scelta abbia un significato per lui.

Un obiettivo suo non sostituisce quello dell’allenatore

Lasciare spazio alla scelta non significa togliere autorità al tecnico o trasformare ogni allenamento in una trattativa. L’allenatore continua a definire esercizi, principi e richieste della squadra. L’obiettivo personale vive dentro quella cornice e aiuta il ragazzo a collegare il lavoro collettivo a un dettaglio che sente importante.

Per esempio, durante una seduta dedicata alla costruzione dal basso, un giovane esterno potrebbe scegliere di allenare la postura prima di ricevere. Un altro potrebbe concentrarsi sulla comunicazione con il compagno vicino. La proposta del tecnico resta la stessa; cambia il modo in cui ciascuno entra nell’esperienza.

Questa distinzione protegge anche il genitore da un errore frequente: scegliere l’obiettivo al posto del figlio. “Oggi devi segnare”, “Devi essere più aggressivo”, “Devi farti notare” sono consegne esterne, spesso legate alla prestazione visibile. Un obiettivo formativo, invece, riguarda un comportamento concreto e osservabile che il ragazzo può provare più volte.

Tre domande per aiutarlo a scegliere

Prima dell’allenamento, senza trasformare il viaggio in auto in una riunione tecnica, puoi proporre una domanda e accettare anche una risposta breve:

  • Che cosa vuoi provare ad allenare oggi?
  • Da quale comportamento capirai che ci hai provato davvero?
  • Che cosa farai se non ti riesce al primo tentativo?

La seconda domanda è decisiva perché porta l’obiettivo fuori dalle intenzioni generiche. “Voglio avere più fiducia” è comprensibile, ma difficile da osservare. Può diventare: “Chiederò palla anche dopo un errore”, “Proverò una giocata semplice appena rientro nell’azione” oppure “Farò una domanda al mister se non capisco l’esercizio”.

Un esempio ipotetico: non nascondersi dopo l’errore

Immaginiamo un ragazzo che, dopo un passaggio sbagliato, tende a smettere di proporsi per qualche minuto. Il genitore vorrebbe dirgli di essere più sicuro. Il ragazzo, invece, sceglie un obiettivo più preciso: “Dopo una palla persa, faccio un respiro, rialzo lo sguardo e mi rendo di nuovo disponibile”.

Non è una promessa di non sbagliare. Non è neppure l’obbligo di sentirsi immediatamente tranquillo. È un comportamento che può provare mentre l’emozione è ancora presente. Se lo sperimenta tre volte e una sola gli riesce, ha comunque raccolto informazioni utili. Nell’articolo “Hai sbagliato, non sei sbagliato” abbiamo visto come distinguere l’episodio dal giudizio sulla persona: qui quella distinzione diventa un obiettivo concreto di allenamento.

Il taccuino dell’obiettivo: una prova di sette giorni

Può bastare un piccolo taccuino o una nota sul telefono, compilata dal ragazzo e non dal genitore. Prima della seduta scrive una frase:

Oggi voglio allenare…

Dopo l’allenamento aggiunge soltanto tre righe:

  1. Dove ci ho provato?
  2. Che cosa ho notato?
  3. Che dettaglio porto alla prossima seduta?

La prova dura una settimana. Non servono voti, percentuali o controlli continui. Lo scopo è imparare a osservare il proprio comportamento. Alla fine della settimana il ragazzo può decidere se mantenere l’obiettivo, renderlo più semplice oppure sceglierne uno nuovo.

Il ruolo del genitore: custodire lo spazio, non valutare il risultato

Dopo l’allenamento evita di chiedere subito: “Hai raggiunto l’obiettivo?”. Può sembrare una verifica scolastica e riportare tutta l’attenzione sulla riuscita. Una domanda più aperta è: “Hai notato qualcosa sul tuo obiettivo?”. Se tuo figlio vuole raccontare, ascolta. Se preferisce rimandare, lascia che il taccuino resti suo.

La fiducia cresce anche quando un adolescente sente di poter scegliere un passo, sperimentarlo e rivederlo senza che ogni tentativo diventi un voto. È una forma concreta di autonomia, coerente con il percorso descritto nell’articolo sul mental coaching per adolescenti, fiducia e sport.

Un obiettivo scelto dal ragazzo non garantisce una prestazione migliore. Può però aiutarlo a entrare in allenamento con una direzione personale, riconoscere ciò che dipende da lui e trasformare l’esperienza in apprendimento.

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