
COSA STIAMO INSEGNANDO AI NOSTRI FIGLI NELLE SCUOLE CALCIO?
Bambini di 9 anni che imparano a insultare, genitori che non sanno gestire la rabbia, allenatori che assistono in silenzio. Ma siamo davvero sicuri di aver capito a cosa serve lo sport?
Una riflessione scomoda, ma necessaria, sulla responsabilità educativa di genitori, allenatori e società sportive.
Ogni fine settimana vivo i campi da calcio.
Li vivo come padre, come Mental Coach e come persona che ama profondamente lo sport e crede nel suo straordinario valore educativo.
Durante la settimana ricevo telefonate, messaggi e richieste di aiuto da genitori che raccontano situazioni vissute dai propri figli.
E più ascolto, più osservo, più mi pongo una domanda:
MA COSA DIAVOLO STIAMO INSEGNANDO A QUESTI BAMBINI?
Perché quello che vedo su alcuni campi non è semplicemente agonismo. Non è passione. Non è amore per il calcio.
È qualcosa che dovrebbe preoccuparci molto di più.
GENITORI, I VOSTRI FIGLI VI STANNO GUARDANDO!
Vedo genitori insultare bambini di nove o dieci anni.
Vedo adulti attaccare allenatori perché il proprio figlio gioca poco, perché viene sostituito, perché viene impiegato in un ruolo diverso.
Sento frasi come:
- «Non devi stare lì!»
- «Il mister non capisce niente!»
- «Perché fa giocare quello e non te?»
- «Non è giusto!»
- «Devi farti rispettare!»
E tutto questo viene detto davanti ai propri figli.
Ma vi siete mai chiesti che cosa state insegnando loro in quel preciso momento?
Gli state insegnando che, quando qualcosa non va come desiderano, la responsabilità è sempre di qualcun altro.
Che la frustrazione si risolve attaccando.
Che la delusione si affronta accusando.
Che le regole vanno bene soltanto quando ci favoriscono.
Che il rispetto è facoltativo quando siamo arrabbiati.
E poi pretendiamo che i nostri figli sappiano perdere, accettare una sostituzione, rispettare un compagno e gestire le emozioni.
Ma da chi dovrebbero impararlo?
Mia madre diceva spesso una frase semplicissima:
«I bambini vedono e sentono tutto. Vedrai come verranno su!»
Aveva ragione.
I bambini non imparano soltanto da ciò che diciamo.
Imparano soprattutto da ciò che facciamo.
Noi adulti siamo i loro specchi.
Se davanti a una decisione che non condividiamo perdiamo il controllo, urliamo, insultiamo e aggrediamo verbalmente, che modello di gestione emotiva stiamo offrendo?
Se noi non siamo capaci di tollerare una frustrazione, come possiamo pretendere che lo siano loro?
A NOVE ANNI PARTITE SOSPESE PER IL COMPORTAMENTO DEGLI ADULTI. VI RENDETE CONTO?
Siamo arrivati al punto di vedere partite di bambini sospese per comportamenti dei genitori.
Fermiamoci su questo.
Bambini che vogliono giocare a calcio e adulti che impediscono loro di farlo.
È paradossale.
Gli stessi adulti che accompagnano i figli al campo perché imparino il rispetto, il sacrificio, la collaborazione e le regole diventano talvolta i primi a violarle.
E la cosa più preoccupante non è soltanto quello che accade durante la partita.
È quello che resta nella mente dei bambini dopo.
Il messaggio implicito può diventare devastante:
Quando sei arrabbiato, puoi perdere il controllo. Quando pensi di aver subito un’ingiustizia, puoi mancare di rispetto. Quando qualcuno decide qualcosa che non ti piace, puoi attaccarlo.
Poi, magari, il lunedì pretendiamo che nostro figlio rispetti l’insegnante, accetti un brutto voto e sappia convivere con un compagno che non gli piace.
La coerenza educativa non può fermarsi all’ingresso di un campo da calcio.
LO SPORT DEVE INSEGNARE ANCHE A STARE NEL DISAGIO
Vorrei che questo concetto arrivasse forte e chiaro.
Lo sport non nasce soltanto per far vincere.
Non nasce per garantire che nostro figlio sia sempre felice, sempre titolare, sempre protagonista.
Lo sport è anche una straordinaria palestra per imparare a vivere ciò che non ci piace.
La fatica.
L’attesa.
La sconfitta.
L’errore.
La panchina.
La delusione.
La paura di non essere abbastanza.
La necessità di ricominciare.
La forza mentale non si costruisce eliminando ogni difficoltà dalla vita di un bambino. Si costruisce accompagnandolo ad affrontare difficoltà proporzionate alla sua età, con gli strumenti e il sostegno necessari.
Se alla prima sostituzione il genitore si infuria, che cosa impara il bambino?
Se dopo un errore l’adulto in tribuna si dispera, quale significato attribuirà all’errore?
Se dopo una sconfitta passiamo il viaggio di ritorno a criticare allenatore, arbitro e compagni, quale capacità di riflessione stiamo allenando?
Nessuna.
Stiamo soltanto insegnando a cercare colpevoli.
E attenzione: questo non significa accettare qualsiasi comportamento di un allenatore o giustificare decisioni arbitrarie, umiliazioni o mancanza di rispetto.
Significa imparare a distinguere tra una reale situazione educativa da affrontare e una normale frustrazione da attraversare.
Proteggere un figlio non significa evitargli ogni disagio. Significa aiutarlo a non esserne travolto.
Ho imparato una cosa nel mio percorso personale e professionale.
La strada è lunga.
Molto lunga.
E nessun percorso di crescita importante è fatto soltanto di soddisfazioni.
Una dose sostenibile di fatica, errori, difficoltà e disagio fa parte del cammino.
Se togliamo tutto questo ai nostri ragazzi, non li stiamo preparando alla vita.
Li stiamo preparando a un mondo che non esiste.
E ORA PARLIAMO DEGLI ALLENATORI. DOVE SIETE?
Perché la responsabilità non è soltanto dei genitori.
E voglio essere altrettanto chiaro con chi entra in campo indossando una tuta e assumendosi il compito di guidare dei bambini.
Essere allenatori di una scuola calcio significa essere educatori. Che lo vogliate o no.
E qui ci sono comportamenti che non riesco ad accettare.
Vedere bambini di nove o dieci anni entrare in campo con l’intenzione di fare male a un avversario.
Vedere spinte volontarie, mani addosso, falli per colpire, atteggiamenti aggressivi che vanno ben oltre il sano agonismo.
E vedere adulti che non intervengono.
Allenatori che osservano.
Che minimizzano.
Che lasciano correre.
O, peggio ancora, che interpretano quei comportamenti come segnali di carattere e personalità.
NO. QUESTA NON È GRINTA. NON È CARATTERE. NON È MENTALITÀ VINCENTE.
È un comportamento che richiede un intervento educativo.
Un conto è insegnare a un bambino a essere determinato, a contrastare, a non avere paura del contatto fisico.
Un altro è permettergli di utilizzare la violenza come strumento per imporsi.
Sono due cose completamente diverse.
E un allenatore dovrebbe conoscere perfettamente questa differenza.
Quando un bambino mette le mani addosso a un altro e il mister non interviene, quale messaggio può ricevere?
Che quel comportamento è accettabile.
Che può ripeterlo.
Che in campo certe regole non valgono.
Che, se nessuno lo ferma, allora tutto è permesso.
Non possiamo poi stupirci se alcuni ragazzi crescono pensando che il rispetto sia un limite e l’aggressività una dimostrazione di forza.
E non sto chiedendo di umiliare o punire pubblicamente un bambino che sbaglia.
Sto chiedendo esattamente il contrario.
Sto chiedendo agli allenatori di educare.
Fermare il comportamento.
Spiegare perché è sbagliato.
Far comprendere le conseguenze.
Insegnare un’alternativa.
Aiutare il bambino a distinguere la rabbia dall’azione.
Perché provare rabbia è umano.
Fare male a qualcuno non può diventare una modalità accettabile per esprimerla.
IL SILENZIO DEGLI ADULTI È GIÀ UN MESSAGGIO EDUCATIVO
Questo è forse uno dei punti che mi stanno più a cuore.
Molti adulti pensano che educare significhi intervenire soltanto quando succede qualcosa di grave.
Ma non è così.
Anche non intervenire comunica qualcosa.
Quando un genitore insulta un bambino avversario e gli altri adulti fanno finta di niente, stiamo trasmettendo un messaggio.
Quando un allenatore permette ripetutamente comportamenti aggressivi senza correggerli, stiamo trasmettendo un messaggio.
Quando una società considera certi atteggiamenti normali perché «nel calcio è sempre stato così», stiamo trasmettendo un messaggio.
E se continuiamo a giustificare tutto con la frase:
«Ai miei tempi era peggio!»
non stiamo facendo educazione.
Stiamo semplicemente usando il passato come alibi per non migliorare il presente.
La domanda non dovrebbe essere se ai nostri tempi accadevano le stesse cose.
La domanda dovrebbe essere:
«Oggi, con ciò che sappiamo sullo sviluppo dei bambini e sulla gestione delle emozioni, che cosa possiamo fare meglio?»
Perché conoscere qualcosa in più comporta anche una responsabilità in più.
GENITORI E MISTER: NON SIETE LÌ PER SODDISFARE IL VOSTRO EGO
So che questa frase darà fastidio.
Ma credo sia necessario dirla.
A volte il problema non sono i bambini.
Sono le aspettative degli adulti.
Il genitore che vive una sostituzione come un’offesa personale.
L’allenatore che deve vincere a ogni costo per dimostrare quanto è bravo.
L’adulto che pretende rispetto ma non sa offrirlo.
Quante volte il bambino diventa inconsapevolmente lo strumento attraverso il quale cerchiamo una nostra gratificazione?
Quante volte confondiamo il suo percorso con il nostro bisogno di sentirci importanti?
Un bambino non deve diventare il contenitore delle ambizioni, delle frustrazioni e delle insicurezze degli adulti.
Deve poter giocare.
Sbagliare.
Imparare.
Competere.
Faticare.
Divertirsi.
Affrontare le difficoltà.
E soprattutto deve avere il diritto di crescere con i propri tempi.
Il ruolo di un adulto non è quello di essere sempre dalla parte del bambino contro il resto del mondo.
È quello di stare dalla parte della sua crescita.
E a volte, per stare davvero dalla parte della sua crescita, bisogna avere il coraggio di dirgli:
«Capisco che sei arrabbiato, ma questo comportamento non va bene.»
«Capisco che sei deluso perché hai giocato poco. Che cosa puoi imparare da questa esperienza?»
«Hai sbagliato. Succede. Adesso vediamo che cosa puoi fare.»
«Puoi essere competitivo senza mancare di rispetto.»
Questa è educazione.
Questa è guida.
Questa è responsabilità.
LE SCUOLE CALCIO DEVONO FORMARE ANCHE GLI ADULTI
E allora torno alla domanda iniziale.
Che cosa si insegna davvero nelle scuole calcio?
Il controllo di palla?
Il passaggio?
Il tiro?
La tecnica individuale?
La tattica?
Benissimo. Tutte cose importanti.
Ma il rispetto?
La gestione della rabbia?
La capacità di affrontare la frustrazione?
Il rapporto con l’errore?
La gestione del conflitto?
La consapevolezza emotiva?
La responsabilità personale?
Se alleniamo soltanto i piedi e trascuriamo le persone, stiamo perdendo una parte fondamentale della missione educativa dello sport.
E per questo credo che le società sportive dovrebbero investire molto di più nella formazione di genitori e allenatori.
Non bastano un regolamento consegnato a inizio stagione e qualche frase sul fair play appesa all’ingresso del centro sportivo.
Serve una cultura educativa che si traduca in comportamenti concreti.
Servono allenatori preparati anche a riconoscere e gestire le dinamiche emotive dei bambini.
Servono genitori capaci di sostenere senza sostituirsi.
Servono società che intervengano quando vengono superati i limiti del rispetto.
E serve la consapevolezza che una scuola calcio non forma soltanto calciatori: contribuisce a formare le persone che quei bambini diventeranno.
PRIMA DI PRETENDERE CHE CAMBINO I BAMBINI, CAMBIAMO NOI
Non voglio genitori perfetti.
Non esistono.
Non voglio allenatori perfetti.
Non esistono neppure loro.
Voglio adulti disposti a mettersi in discussione.
Ad ammettere un errore.
A riconoscere la propria rabbia prima di trasformarla in un comportamento dannoso.
A chiedere scusa a un bambino.
A fermare un atteggiamento scorretto anche quando arriva dal giocatore più bravo della squadra.
A scegliere l’educazione anche quando costa fatica.
Perché la crescita di un bambino non si misura soltanto nei gol segnati, nei minuti giocati, nei tornei vinti o nella maglia che indossa.
Si misura anche nella persona che sta diventando.
E quella persona si costruisce ogni giorno.
In allenamento.
Durante una sostituzione.
Dopo una sconfitta.
Nello spogliatoio.
In tribuna.
E soprattutto durante il viaggio di ritorno a casa.
Cari genitori, la prossima volta che vostro figlio esce dal campo deluso, provate a non cercare immediatamente un colpevole. Ascoltatelo.
Cari allenatori, la prossima volta che un bambino supera il limite, non giratevi dall’altra parte. Guidatelo.
Care società, la prossima volta che un adulto rovina una partita ai bambini, non considerate l’episodio una semplice fatalità. Assumetevi la responsabilità di intervenire.
Perché i bambini stanno imparando.
Sempre.
Anche quando crediamo che non ci stiano ascoltando.
Anche quando pensiamo che non ci stiano guardando.
E soprattutto quando perdiamo il controllo.
UNA DOMANDA FINALE A TUTTI NOI
La prossima domenica, prima di entrare in un centro sportivo, proviamo a farci una domanda.
«Se mio figlio imparasse a comportarsi esattamente come me oggi, sarei orgoglioso della persona che sta diventando?»
Se la risposta ci mette a disagio, forse abbiamo finalmente trovato il punto da cui iniziare a lavorare.
Perché il calcio dei bambini non ha bisogno di altri adulti che urlano.
Ha bisogno di adulti che sappiano essere guide.
E ricordiamoci una cosa:
I bambini non sono il problema da correggere. Sono persone da accompagnare. E noi adulti siamo responsabili dell’esempio che offriamo.
Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo – MB Performance
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