
Mister, non dire soltanto «Concentrati!». Insegna al ragazzo cosa fare.
Il linguaggio dell’azione: come le parole di un allenatore possono aiutare un giovane atleta a gestire emozioni, errori e prestazioni.
Di Matteo Barberi – Mental & Sport Coach | MB Performance
Caro Mister, le parole che utilizzi possono cambiare il comportamento di un ragazzo.
«Dai, concentrati!»
«Devi reagire!»
«Stai tranquillo!»
«Mettici più carattere!»
«Non avere paura!»
«Gioca con più personalità!»
Quante volte abbiamo sentito queste frasi sui campi di calcio, nelle palestre e durante gli allenamenti?
Probabilmente migliaia.
Sono espressioni che nascono spesso da una buona intenzione: aiutare un ragazzo a fare meglio, incoraggiarlo, scuoterlo quando sembra in difficoltà.
Ma vorrei fare una domanda a tutti gli allenatori:
Quando dici a un ragazzo di concentrarsi, gli stai spiegando veramente cosa deve fare?
E quando gli dici di stare tranquillo, gli stai insegnando come gestire la sua agitazione?
La risposta, nella maggior parte dei casi, è no.
Perché tra motivare un atleta e aiutarlo ad agire esiste una differenza enorme.
Ed è proprio qui che entra in gioco uno degli strumenti più importanti del coaching sportivo: il linguaggio dell’azione.
1. Il cervello ha bisogno di indicazioni, non di giudizi
Immaginiamo un ragazzo di 13 anni.
Sta giocando una partita importante. Ha appena sbagliato un passaggio, sente la pressione, teme di essere sostituito e comincia a perdere fiducia.
Dalla panchina arriva il grido:
«DAI, CONCENTRATI!»
Ma su cosa?
Sul pallone? Sull’avversario? Sulla posizione? Sul prossimo passaggio? Sull’errore appena commesso?
Il ragazzo sa già di dover essere concentrato. Il problema è capire dove indirizzare la propria attenzione in quel preciso momento.
Quando un atleta è emotivamente attivato, la sua capacità di elaborare molte informazioni può ridursi. Un’indicazione breve, concreta e familiare può quindi aiutarlo più di un richiamo generico.
Il cervello non ha bisogno di un’altra valutazione della prestazione.
Ha bisogno di un riferimento che riporti l’attenzione su qualcosa di controllabile.
Ecco perché un allenatore efficace non si limita a dire come il ragazzo dovrebbe essere.
Gli indica cosa può fare.
2. Dal linguaggio generico al linguaggio dell’azione
Proviamo a trasformare alcune delle frasi più comuni pronunciate da una panchina.
| Linguaggio generico | Linguaggio dell’azione |
|---|---|
| «Concentrati!» | «Guarda prima di ricevere.» |
| «Calmati!» | «Espira lentamente e guarda il campo.» |
| «Reagisci!» | «Recupera posizione e torna disponibile.» |
| «Non avere paura!» | «Chiedi il pallone e scegli la giocata.» |
| «Svegliati!» | «Controlla l’avversario alle tue spalle.» |
| «Gioca con personalità!» | «Fatti vedere e comunica con i compagni.» |
| «Non pensarci!» | «Guarda la prossima azione.» |
| «Devi essere più sicuro!» | «Alza lo sguardo e scegli una soluzione.» |
| «Non sbagliare!» | «Guarda il bersaglio e completa il gesto.» |
| «Mettici più grinta!» | «Accorcia la distanza e attacca il pallone.» |
Notate la differenza?
Nella prima colonna chiediamo al ragazzo di modificare uno stato mentale, spesso senza spiegargli come.
Nella seconda gli offriamo un comportamento osservabile, specifico e realizzabile.
Questo non significa che una singola frase risolva tutto. Le indicazioni devono essere adatte all’età, alla situazione di gioco e alle competenze già allenate.
Ma un verbo concreto può diventare un punto di riferimento.
Un’azione da eseguire.
Un compito su cui tornare.
3. Dopo un errore, il ragazzo non ha bisogno di un altro giudice
Questo è probabilmente il passaggio che considero più importante.
Pensiamo a un giovane calciatore che perde un pallone e provoca un gol degli avversari.
In pochi secondi possono comparire pensieri come:
«Ho sbagliato tutto.»
«Adesso il mister si arrabbia.»
«Mi sostituirà.»
«I miei compagni penseranno che sono scarso.»
Il ragazzo sta già vivendo una valutazione interna molto intensa.
Se dalla panchina arriva:
«Ma cosa stai facendo? Devi stare più attento!»
rischiamo di aggiungere giudizio a un momento già difficile.
Proviamo invece a immaginare un mister che dice:
«Luca, guarda avanti. Recupera la posizione. Preparati alla prossima giocata.»
Cosa cambia?
L’attenzione viene orientata da ciò che è successo a ciò che può essere fatto adesso.
L’errore non viene negato.
Non viene nemmeno banalizzato.
Semplicemente, durante la partita, si dà priorità al recupero dell’azione.
Ci sarà tempo per analizzare l’errore e imparare da esso.
In partita serve spesso un’indicazione per ripartire. In allenamento serve anche il tempo per comprendere.
Un buon allenatore sa distinguere questi due momenti.
4. Il linguaggio dell’azione aiuta anche a regolare le emozioni
Caro Mister, dobbiamo ricordarci che davanti a noi non ci sono piccoli professionisti adulti.
Ci sono bambini, preadolescenti e adolescenti con capacità di regolazione emotiva ancora in sviluppo.
Un ragazzo può conoscere perfettamente un gesto tecnico e non riuscire a eseguirlo quando si sente osservato, giudicato o particolarmente agitato.
Dire «stai tranquillo» non gli insegna necessariamente a tranquillizzarsi.
Dire «non essere nervoso» può perfino aumentare la sua attenzione sul nervosismo.
Possiamo invece aiutarlo con piccoli comportamenti allenati durante la settimana:
- «Fai un’espirazione lenta.»
- «Senti i piedi appoggiati a terra.»
- «Alza gli occhi e guarda i compagni.»
- «Scegli una sola cosa da fare adesso.»
- «Torna nel tuo ruolo.»
Queste indicazioni non eliminano automaticamente la paura, ma possono aiutare il ragazzo a ritrovare un riferimento concreto.
L’obiettivo non è pretendere che un atleta non provi emozioni. È insegnargli ad agire anche quando le emozioni sono presenti.
5. Le parole del mister diventano, nel tempo, la voce interna del ragazzo
Vorrei soffermarmi su un aspetto spesso sottovalutato.
Durante la crescita, i giovani atleti possono interiorizzare il linguaggio delle figure adulte di riferimento.
Questo significa che il modo in cui un allenatore comunica può contribuire a costruire il modo in cui un ragazzo parlerà a sé stesso.
Immaginiamo due atleti.
Il primo, dopo un errore, ripete:
«Sono il solito incapace.»
«Non devo sbagliare.»
«Non sono abbastanza bravo.»
Il secondo ha imparato a dirsi:
«Guardo avanti.»
«Recupero posizione.»
«Chiedo di nuovo il pallone.»
«Scelgo la prossima giocata.»
Non significa che il secondo non provi delusione o paura.
Significa che dispone di strumenti linguistici più utili per riportarsi al compito.
Il dialogo interno non nasce soltanto dalle parole degli adulti, ma queste possono avere un’influenza importante.
Mister, chiediti: le parole che sto ripetendo ogni settimana aiutano il ragazzo a costruire una voce interna che giudica oppure una voce che guida?
6. Il metodo delle 3A: Accogliere, Attivare, Agire
Nel mio lavoro con i giovani sportivi utilizzo spesso una distinzione fondamentale: riconoscere ciò che si prova e scegliere cosa fare.
Anche un allenatore può applicarla attraverso tre passaggi semplici.
1. ACCOGLIERE
Riconoscere l’emozione senza giudicarla.
«Ho visto che sei arrabbiato per quell’errore.»
2. ATTIVARE
Riportare l’attenzione a un riferimento gestibile.
«Fai un respiro. Guarda dove sono i compagni.»
3. AGIRE
Orientare verso un comportamento concreto.
«Torna disponibile e chiedi nuovamente il pallone.»
È un approccio semplice, ma richiede una competenza importante: la capacità dell’adulto di regolare prima di tutto la propria comunicazione.
Perché quando un mister perde il controllo emotivo, è molto più difficile che possa aiutare un ragazzo a ritrovarlo.
7. Allenare il linguaggio durante la settimana, non improvvisarlo in partita
Il linguaggio dell’azione funziona meglio quando diventa parte integrante dell’allenamento.
Non possiamo pretendere che un ragazzo utilizzi efficacemente un comando mai sperimentato prima.
Per questo consiglio ai mister un esercizio pratico.
Durante un allenamento scegliete tre situazioni frequenti:
Situazione 1 – Il ragazzo sbaglia un passaggio.
Invece di «Stai più attento», allenate una risposta come «Guarda la prossima linea di passaggio».
Situazione 2 – Il ragazzo perde fiducia.
Invece di «Devi avere più coraggio», proponete «Fatti vedere e chiedi nuovamente il pallone».
Situazione 3 – Il ragazzo si innervosisce.
Invece di «Non arrabbiarti», allenate «Espira, guarda il campo e riprendi posizione».
Poi chiedete al ragazzo:
«Quale di queste indicazioni ti aiuta davvero a tornare nel gioco?»
Lasciate che partecipi alla scelta delle proprie parole chiave.
Perché il nostro obiettivo non è creare un atleta che aspetta continuamente ordini dalla panchina.
È formare un ragazzo capace di guidarsi anche quando il mister non parla.
8. Meno parole dalla panchina, più autonomia in campo
Attenzione a un altro rischio: confondere il linguaggio dell’azione con la necessità di parlare continuamente.
Un allenatore non deve descrivere ogni movimento del giocatore.
«Passa!»
«Tira!»
«Vai a destra!»
«Girati!»
«Fermati!»
Un flusso continuo di istruzioni rischia di rendere il ragazzo dipendente dalla voce dell’adulto e di interferire con la sua lettura autonoma del gioco.
Il linguaggio dell’azione deve quindi essere breve, selettivo e coerente con gli obiettivi dell’allenamento.
A volte basta una parola chiave già condivisa.
Altre volte la scelta migliore è non intervenire.
Lasciare il tempo al ragazzo di osservare, decidere, sbagliare e correggersi è parte dell’apprendimento.
Il bravo mister non è quello che parla di più.
È quello che sa quando intervenire, cosa dire e quando lasciare spazio.
9. Un consiglio anche ai genitori
Questo principio non riguarda soltanto gli allenatori.
Riguarda anche noi genitori.
Pensate al viaggio in auto prima della partita o al rientro dopo una sconfitta.
Quante volte utilizziamo frasi come:
«Devi credere di più in te stesso.»
«Non devi abbatterti.»
«Devi essere più deciso.»
Possiamo aiutare nostro figlio a trovare strategie concrete, ma senza trasformare ogni momento insieme in una lezione tecnica.
A volte la domanda più utile è:
«Cosa ti potrebbe aiutare la prossima volta?»
E altre volte è sufficiente dire:
«Ti ho visto impegnarti. Come ti senti?»
Ricordiamoci che il ragazzo ha bisogno sia di strumenti per migliorare sia della libertà di sentirsi accolto indipendentemente dalla prestazione.
Conclusione – Caro Mister, passa dal giudizio all’azione
Vorrei lasciare un messaggio a tutti gli allenatori che ogni giorno dedicano tempo ed energie alla crescita dei giovani.
Prima di pronunciare una frase dalla panchina, fatevi tre domande:
Quello che sto dicendo è concreto?
Il ragazzo sa esattamente quale comportamento gli sto chiedendo?
Le mie parole lo stanno aiutando a tornare nel gioco oppure lo stanno facendo sentire ulteriormente giudicato?
Non dobbiamo eliminare l’incoraggiamento, la motivazione o le emozioni.
Dobbiamo renderli utili alla crescita.
Perché dire «Devi avere fiducia» è semplice.
Insegnare a un ragazzo cosa fare quando la fiducia viene meno è un lavoro educativo molto più profondo.
Dire «Reagisci!» richiede un secondo.
Insegnare a reagire significa costruire competenze che possono accompagnarlo per tutta la vita.
Caro Mister, non limitarti a chiedere al ragazzo di essere migliore. Aiutalo a capire quale azione può compiere adesso.
Perché un ragazzo non cresce soltanto grazie a ciò che gli insegniamo a fare con il pallone.
Cresce anche attraverso le parole con cui gli insegniamo ad affrontare gli errori, le difficoltà e le emozioni.
Meno giudizio. Più informazioni. Meno ordini generici. Più azioni concrete. Meno dipendenza dalla panchina. Più autonomia in campo.
E ricordiamoci sempre:
Le parole di oggi del mister possono diventare il dialogo interno di domani del ragazzo.
Matteo Barberi
Mental & Sport Coach – MB Performance
MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.
Aiuto giovani atleti, allenatori e genitori a trasformare le difficoltà sportive in opportunità di crescita.
Una domanda per tutti i mister: quale frase generica utilizzate più spesso durante una partita e come potreste trasformarla in un’indicazione concreta?











