
Il mondo è pieno di coglioni. E i campi da calcio non fanno eccezione.
Dal coglione ignorante al coglione moderno che sa tutto di tutto. Perché abbiamo così paura di dire «non lo so»?
Prima di tutto, mettiamoci d’accordo: siamo tutti un po’ coglioni.
Sì, avete letto bene.
Il mondo è pieno di coglioni.
Le aziende sono piene di coglioni.
I social network sono pieni di coglioni.
E, naturalmente, anche i campi da calcio sono pieni di coglioni.
Ma prima di iniziare a cercarli tra allenatori, genitori, dirigenti, giornalisti e tifosi, vorrei fare una precisazione.
Tra quei coglioni ci sono anch’io. E probabilmente, qualche volta, ci siete anche voi.
Chi più, chi meno.
Chi più spesso, chi soltanto in determinate situazioni.
Perché essere coglioni, nel senso che voglio dare a questa parola, non significa essere persone stupide.
Significa comportarsi da persone che smettono di pensare, di ascoltare, di approfondire e di mettersi in discussione.
Significa essere convinti di avere capito tutto quando, in realtà, abbiamo capito pochissimo.
Significa sentire il bisogno di esprimere un’opinione anche quando non abbiamo gli elementi per farlo.
E soprattutto significa essere talmente innamorati delle nostre convinzioni da non lasciare spazio alla possibilità di essere in errore.
Il problema, quindi, non è essere coglioni ogni tanto.
Il problema è diventarlo stabilmente senza accorgersene.
1. Il nostro cervello ama risparmiare fatica. E noi lo accontentiamo.
Vi siete mai chiesti perché siamo così veloci a giudicare e così lenti ad approfondire?
Una delle spiegazioni sta proprio nel funzionamento del nostro cervello.
Pensare richiede attenzione, tempo e risorse cognitive.
Per questo utilizziamo continuamente scorciatoie mentali.
Sono strumenti utilissimi, che ci permettono di prendere decisioni senza analizzare ogni volta tutte le informazioni disponibili.
Ma c’è un rischio.
Quando una scorciatoia sostituisce il ragionamento, possiamo convincerci di avere compreso una situazione che non conosciamo davvero.
Leggiamo un titolo e pensiamo di conoscere l’intera notizia.
Vediamo trenta secondi di un video e crediamo di avere capito una persona.
Osserviamo dieci minuti di una partita e decidiamo che un allenatore è incompetente.
Ascoltiamo il racconto di un solo genitore e ci convinciamo di conoscere tutti i problemi di una società sportiva.
Il cervello ha risparmiato fatica. Il nostro ego, nel frattempo, si è preso tutta la soddisfazione di avere ragione.
E siamo pronti a commentare.
Senza sapere.
Senza verificare.
Senza ascoltare.
Questa è una delle forme più diffuse della coglionaggine moderna.
Non è mancanza di intelligenza.
È mancanza di disponibilità a utilizzare la propria intelligenza fino in fondo.
2. Siamo passati dal coglione ignorante al coglione moderno: quello che sa tutto di tutto.
Una volta esisteva il cosiddetto ignorante che parlava senza conoscere.
Oggi abbiamo fatto un salto evolutivo straordinario.
Abbiamo creato il coglione moderno.
Quello che sa tutto.
O almeno crede di sapere tutto.
È esperto di calcio il lunedì.
Di medicina il martedì.
Di economia il mercoledì.
Di psicologia il giovedì.
Di politica il venerdì.
E nel fine settimana diventa direttore sportivo, allenatore, preparatore atletico e mental coach.
Tutto contemporaneamente.
Tutto senza necessariamente avere studiato, approfondito o fatto esperienza in quegli ambiti.
Attenzione: chiunque ha diritto di esprimere un’opinione e anche di criticare un professionista.
Il problema nasce quando non distinguiamo più un’opinione personale da una competenza costruita negli anni.
Un allenatore lavora da trent’anni sul campo?
Il coglione moderno ha visto tre video su YouTube e sa già come dovrebbe allenare.
Un preparatore atletico ha studiato per anni?
Lui ha letto un post su Instagram e conosce il metodo migliore.
Un professionista lavora quotidianamente con adolescenti e famiglie?
Lui ha cresciuto due figli e pensa di sapere tutto sulla psicologia dei ragazzi.
Non è sbagliato avere una propria idea.
È sbagliato credere che avere un’idea significhi automaticamente possedere una competenza.
E soprattutto è pericoloso quando questa presunzione ci impedisce di ascoltare chi potrebbe insegnarci qualcosa.
3. Il 75% condivide senza nemmeno aprire il contenuto. Ma abbiamo tutti qualcosa da dire.
C’è un dato che dovrebbe farci riflettere.
Uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour, condotto analizzando oltre 35 milioni di post pubblici su Facebook tra il 2017 e il 2020, ha rilevato che circa il 75% dei link ricondivisi nel campione non era stato cliccato prima della condivisione.
Attenzione: il dato misura l’assenza di clic, non dimostra che ogni persona non abbia letto il contenuto attraverso altre modalità. Ma descrive un comportamento significativo.
Condividiamo prima ancora di approfondire.
E le fonti?
Quante volte ci fermiamo davvero a verificarle?
Quante volte cerchiamo di capire chi ha scritto una notizia, su quali elementi si basa e se esistono informazioni che la contraddicono?
Eppure continuiamo a commentare.
Continuiamo a giudicare.
Continuiamo a condividere.
Perché?
Forse perché, in certi momenti, condividere non serve a informare.
Serve ad appartenere.
A sentirci parte di un gruppo.
A dimostrare che la pensiamo come gli altri.
A ricevere approvazione.
Un like.
Un commento.
Un piccolo riconoscimento sociale.
E così rischiamo di diventare amplificatori di pensieri che non abbiamo nemmeno verificato.
Non condividiamo ciò che sappiamo. Condividiamo ciò che conferma quello che vogliamo credere.
E il nostro cervello è contento.
Poca fatica.
Tanta gratificazione.
4. La frase più difficile da pronunciare oggi? «Non lo so.»
Fateci caso.
Viviamo in una società nella quale sembra quasi obbligatorio avere una risposta per tutto.
Qualcuno ci fa una domanda?
Dobbiamo rispondere.
Qualcuno esprime un’opinione?
Dobbiamo dire la nostra.
Qualcuno ci contraddice?
Dobbiamo dimostrare che abbiamo ragione.
Perché dire «non lo so» ci mette a disagio?
Perché a volte lo viviamo come un’ammissione di inferiorità.
Come se non conoscere una risposta significasse valere meno.
Come se essere competenti volesse dire non avere mai dubbi.
E invece penso esattamente il contrario.
Dire «non lo so» è una delle più grandi manifestazioni di intelligenza e consapevolezza.
Significa riconoscere un limite.
Significa lasciare spazio alla curiosità.
Significa essere disposti a imparare.
Significa non avere bisogno di fingere.
Sapete quante volte, nel mio lavoro e nella mia vita, ho scoperto qualcosa proprio quando ho smesso di voler dimostrare di sapere?
Tante.
E quante volte ho sbagliato perché ero troppo convinto di avere ragione?
Altrettante.
Non è facile.
Perché il nostro ego ama vincere le discussioni.
Ma crescere significa anche imparare a perdere qualche discussione per guadagnare una comprensione più profonda.
5. E adesso entriamo in un campo da calcio. Il regno degli esperti.
Qui il fenomeno diventa particolarmente evidente.
Basta una partita di bambini di dieci anni.
Dieci minuti di gioco.
E dalla tribuna parte il congresso internazionale degli allenatori.
«Deve cambiare modulo!»
«Quel bambino deve giocare davanti!»
«Non capisce niente!»
«Ma perché fa giocare quello?»
«Io farei diversamente!»
«Non sa allenare!»
Tutti esperti.
Tutti preparatori.
Tutti osservatori.
Tutti convinti di avere capito qualcosa che l’allenatore, dopo settimane di lavoro con quei ragazzi, non avrebbe compreso.
Naturalmente anche gli allenatori sbagliano. E la loro preparazione può essere discussa.
Ma esiste una differenza enorme tra osservare criticamente un comportamento ed emettere una sentenza senza conoscere il contesto.
Noi vediamo una partita.
Non conosciamo necessariamente il lavoro della settimana.
Non sappiamo quali obiettivi educativi siano stati concordati.
Non conosciamo le indicazioni date ai singoli giocatori.
Non sappiamo quali difficoltà stia affrontando un bambino.
Eppure sentenziamo.
E magari, dopo la partita, nostro figlio sale in macchina.
È stanco.
Ha giocato.
Ha provato.
Ha sbagliato.
Ha imparato.
Ma invece di chiedergli come si sente, iniziamo:
«Il mister oggi non ha capito niente.»
«Dovevi giocare di più.»
«Dovevi passare prima.»
«Dovevi fare questo.»
«Dovevi fare quello.»
Ed ecco che il nostro bisogno di avere ragione entra nella testa di nostro figlio.
Il nostro ego trova soddisfazione. Il bambino rischia di perdere serenità.
6. Il coglione può sedersi in tribuna. Ma può anche stare in panchina.
Non sarebbe corretto fermarci ai genitori.
Anche chi allena può cadere nello stesso meccanismo.
Ci sono allenatori straordinari che studiano, ascoltano, si aggiornano e mettono i ragazzi al centro del proprio lavoro.
E ci sono allenatori che pensano di non avere più nulla da imparare.
«Sono trent’anni che alleno.»
«Ho sempre fatto così.»
«Ai miei tempi funzionava.»
«Questi ragazzi sono troppo fragili.»
Ma l’esperienza, da sola, non garantisce che ogni nostra convinzione sia corretta.
Avere trent’anni di esperienza può significare aver accumulato una conoscenza preziosa.
Oppure, se abbiamo smesso di metterci in discussione, può significare aver ripetuto gli stessi errori per trent’anni.
La differenza la fa la capacità di continuare a imparare.
Un allenatore può conoscere perfettamente un sistema di gioco e avere ancora molto da imparare sulla gestione delle emozioni.
Può essere preparato tecnicamente e commettere errori nella comunicazione.
Può pretendere disciplina senza rendersi conto che sta umiliando un bambino.
E quando qualcuno glielo fa notare?
«Io sono l’allenatore.»
Fine della discussione.
Ma l’autorità non trasforma automaticamente un’opinione in una verità.
La competenza non elimina il bisogno di ascoltare.
E il ruolo non ci rende infallibili.
7. Il problema diventa serio quando a pagare sono i bambini.
Quando due adulti discutono animatamente di calcio, spesso finisce tutto lì.
Quando invece un adulto impone le proprie certezze a un bambino, le conseguenze possono essere diverse.
Pensiamo a un giovane calciatore che torna a casa deluso.
Ha sbagliato un gol.
L’allenatore lo ha rimproverato.
Un compagno lo ha preso in giro.
Vorrebbe raccontare come si sente.
Ma trova un genitore che risponde:
«Ai miei tempi stavo zitto e pedalavo.»
«Devi avere più carattere.»
«Non puoi piangere per queste cose.»
Quante volte ci siamo comportati così?
Io, da padre, posso dire che è capitato anche a me.
E non credo che la soluzione sia sentirci in colpa.
Credo che sia diventare più consapevoli.
Perché un bambino non ha bisogno che un adulto gli dimostri continuamente quanto fosse forte alla sua età.
Ha bisogno di qualcuno che lo ascolti e lo aiuti a costruire la propria forza.
Prima comprendere. Poi accompagnare. Infine aiutarlo a fare un passo in più.
Questo non significa eliminare le regole.
Non significa giustificare tutto.
Significa capire che educare non equivale a vincere una discussione contro un bambino.
8. Il consiglio che vorrei dare a tutti, me compreso: fai meno il coglione.
Sì, voglio dirlo esattamente così.
Fai meno il coglione.
Quando senti il bisogno irrefrenabile di commentare qualcosa che conosci poco, fermati.
Quando qualcuno dice una cosa diversa da ciò che pensi, non rispondere immediatamente.
Quando tuo figlio ti racconta una situazione che non condividi, non partire con la tua sentenza.
Quando un allenatore fa una scelta che non comprendi, non decidere automaticamente che sia incompetente.
Quando trovi una notizia sui social, prima di condividerla verifica.
E quando non sai qualcosa, prova a dire:
«Non lo so.»
Non succede niente.
Non perdi valore.
Non diventi meno intelligente.
Non perdi autorevolezza.
Anzi, potresti guadagnare qualcosa di molto più importante.
La capacità di comprendere.
Ti propongo un esercizio semplicissimo.
La prossima volta che senti salire dentro di te una risposta immediata:
FERMATI.
Fai un respiro.
Se necessario, fanne un altro.
Ascolta fino alla fine.
Chiediti:
«Conosco davvero questa situazione?»
«Sto rispondendo per aiutare o per dimostrare che ho ragione?»
«Ho verificato quello che sto per dire?»
«Quello che sto per dire aggiunge valore oppure serve soltanto a soddisfare il mio ego?»
E poi scegli.
Puoi parlare.
Puoi fare una domanda.
Puoi approfondire.
Puoi cambiare opinione.
Oppure puoi semplicemente non dire nulla.
Il silenzio, quando nasce dalla consapevolezza, non è ignoranza. È una scelta intelligente.
9. Una pausa, un respiro e una domanda possono cambiare il clima di un campo da calcio.
Immaginate cosa accadrebbe se, per un fine settimana, ogni adulto presente in un campo provasse a fare questo esercizio.
Un genitore vede un errore del figlio.
Invece di urlare, respira.
Un allenatore vede un bambino sbagliare.
Invece di umiliarlo, cerca il modo migliore per correggerlo.
Un dirigente ascolta una lamentela.
Invece di difendersi immediatamente, prova a comprenderla.
Un padre accompagna suo figlio in macchina dopo una sconfitta.
Invece di iniziare la sua analisi tecnica, gli domanda:
«Ti sei divertito? Come ti senti?»
Pensate a quanta energia emotiva potremmo risparmiare.
A quante discussioni inutili.
A quanti giudizi superficiali.
A quanti bambini potremmo restituire la libertà di giocare senza il peso costante delle opinioni degli adulti.
E attenzione: nessuno sta chiedendo di smettere di pensare o di avere idee.
Sto chiedendo di assumersi la responsabilità delle proprie parole.
Perché un adulto può dimenticare ciò che ha detto pochi minuti dopo.
Un bambino può ricordare per anni come quelle parole lo hanno fatto sentire.
10. Il vero salto evolutivo? Passare dal bisogno di avere ragione al desiderio di comprendere.
Forse questa è una delle sfide più importanti della società moderna.
Abbiamo accesso a una quantità straordinaria di informazioni.
Possiamo studiare, imparare, confrontarci con persone che vivono dall’altra parte del mondo.
Eppure rischiamo di utilizzare tutta questa possibilità non per approfondire, ma per confermare ciò che pensiamo già.
Sappiamo parlare di tutto.
Ma sappiamo ancora ascoltare?
Sappiamo esprimere opinioni.
Ma sappiamo riconoscere quando non abbiamo abbastanza informazioni?
Sappiamo criticare chi sbaglia.
Ma sappiamo chiedere scusa quando siamo noi a sbagliare?
Abbiamo imparato a rispondere in pochi secondi.
Ma siamo ancora capaci di fermarci a riflettere?
Io credo che la vera crescita personale cominci proprio quando smettiamo di considerare il dubbio un nemico.
Quando impariamo che non sapere qualcosa non ci rende inferiori.
Quando comprendiamo che ascoltare non significa essere d’accordo.
Quando scopriamo che cambiare idea non significa perdere.
Significa evolvere.
11. Prima di giudicare il prossimo allenatore, guarda il tuo comportamento.
La prossima volta che sarete su un campo da calcio, provate a osservare.
Non soltanto i bambini.
Non soltanto l’allenatore.
Non soltanto l’arbitro.
Osservate voi stessi.
Le vostre reazioni.
Il bisogno di commentare.
La fretta di giudicare.
La difficoltà di accettare una scelta che non condividete.
La voglia di intervenire per dimostrare qualcosa.
E fatevi una domanda:
«Sto aiutando mio figlio a crescere oppure sto cercando di soddisfare il mio bisogno di avere ragione?»
È una domanda scomoda.
Lo so.
Ma proprio per questo può essere preziosa.
Perché, alla fine, il mondo continuerà a essere pieno di coglioni.
E probabilmente anche i campi da calcio.
Non possiamo cambiarli tutti.
Ma possiamo lavorare su uno di loro.
Quello che vediamo ogni mattina allo specchio.
La riflessione finale
Non dobbiamo avere una risposta per tutto.
Non dobbiamo vincere ogni discussione.
Non dobbiamo dimostrare continuamente di essere i più preparati.
E soprattutto non dobbiamo utilizzare i nostri figli per alimentare le nostre certezze.
Dobbiamo imparare ad ascoltare.
A studiare.
A dubitare.
A fare domande.
A riconoscere quando sbagliamo.
E, qualche volta, semplicemente a stare zitti.
Perché il mondo non ha bisogno di altri esperti improvvisati che parlano di tutto.
Ha bisogno di persone consapevoli che sappiano quando parlare, quando ascoltare e quando dire «non lo so».
E i nostri figli?
Hanno bisogno di adulti capaci di mettere da parte il proprio ego e accompagnarli nella loro crescita.
Non di qualcuno che abbia sempre ragione.
Ma di qualcuno che abbia abbastanza intelligenza e amore da non avere paura di sbagliare.
E allora il mio invito, a partire da me stesso, è molto semplice:
Fai meno il coglione.
Fermati. Respira. Ascolta. Pensa.
E soltanto dopo, se hai davvero qualcosa di utile da aggiungere, parla.
Perché a volte il miglior insegnamento che possiamo dare ai nostri figli non è una risposta brillante. È mostrare loro che anche un adulto può fermarsi, ascoltare e imparare.
Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo e Business Coach
MB PERFORMANCE — MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.
Riferimento scientifico: Sundar, S. S. e colleghi, “Sharing without clicking on news in social media”, Nature Human Behaviour, pubblicato online nel 2024, volume 9 (2025), pp. 156–168.











