
«Ai miei tempi stavo zitto e pedalavo.» E intanto tuo figlio impara a nascondere il suo dolore.
Quante volte, senza volerlo, umiliamo i nostri figli proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di sentirsi compresi?
C’è una forma di umiliazione che non passa attraverso le urla, le offese o le punizioni.
È più silenziosa. Più sottile. E spesso nasce proprio dalle persone che amano di più un bambino: i suoi genitori.
Immaginate vostro figlio che torna a casa dopo un allenamento. Ha gli occhi lucidi, è deluso, qualcosa lo ha ferito.
Forse l’allenatore lo ha rimproverato davanti a tutti. Forse un compagno lo ha preso in giro. Forse si sente meno bravo degli altri. O forse ha semplicemente paura di non essere all’altezza.
Trova il coraggio di parlarvi.
«Papà, oggi sono stato male.»
E noi?
«Ma dai, cosa vuoi che sia!»
«Ai miei tempi stavamo zitti e pedalavamo.»
«Io alla tua età mangiavo pane e latte e non mi lamentavo.»
«Devi tirare fuori il carattere!»
«Non puoi piangere per queste cose!»
Frasi che conosciamo tutti.
Frasi che tanti di noi hanno ascoltato da bambini.
Frasi che, probabilmente, abbiamo ripetuto anche ai nostri figli.
Ma vi siete mai chiesti cosa prova un bambino quando trova il coraggio di raccontare il proprio dolore e riceve in cambio un giudizio?
Il dolore che non ascoltiamo non scompare. Impara a nascondersi.
Proviamo per un momento a entrare nella mente di quel bambino.
Sta soffrendo. Cerca protezione, comprensione, un posto sicuro dove poter mostrare la propria fragilità.
E invece ascolta parole che sembrano dirgli:
«Stai esagerando.»
«Sei troppo debole.»
«Io ero più forte di te.»
«Non dovresti sentirti così.»
Quale messaggio potrebbe arrivargli?
«Allora sono sbagliato.»
«Quello che provo non è importante.»
«Mamma e papà non mi capiscono.»
«Se sto male, è meglio non dirlo.»
Ed ecco il rischio più grande.
Non stiamo necessariamente insegnando a nostro figlio a diventare più forte.
Potremmo insegnargli a vergognarsi della propria sofferenza.
A non chiedere aiuto.
A nascondere le lacrime.
A sorridere anche quando dentro sta male.
E, con il tempo, a chiedere scusa persino per ciò che sente.
Se tuo figlio cade e si fa male, cosa gli dici?
Pensiamo a una situazione molto semplice.
Un bambino cade mentre gioca a calcio. Si fa male a un ginocchio. Piange.
Il dolore è reale. Lo sente.
E noi, magari davanti agli altri genitori, gli diciamo:
«Dai, alzati!»
«Non è successo niente!»
«Io cadevo, mi rialzavo e continuavo a giocare!»
«Ci vuole grinta, non devi piangere!»
Ora fermatevi su un particolare.
Chi siamo noi per decidere quanto male sente un’altra persona?
Quel ginocchio non è il nostro.
Quella paura non è la nostra.
Quel dolore non è il nostro.
E questo vale ancora di più per il dolore emotivo, che non lascia lividi visibili.
Se un bambino soffre perché è stato escluso, perché ha sbagliato un rigore o perché si è sentito umiliato da un allenatore, non possiamo misurare la sua sofferenza usando il metro della nostra esperienza.
Il fatto che noi abbiamo vissuto situazioni più dure non rende meno importante ciò che sta vivendo lui.
Il dolore non è una gara a chi ha sofferto di più.
Attenzione: comprendere non significa giustificare tutto
Vorrei essere molto chiaro su questo punto.
Ascoltare un figlio non significa eliminare le regole.
Non significa proteggerlo da ogni difficoltà.
Non significa dargli sempre ragione.
E non significa insegnargli che, ogni volta che qualcosa non gli piace, può arrendersi.
Assolutamente no.
I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di limiti, responsabilità, disciplina, impegno e capacità di affrontare le frustrazioni.
Ma esiste una differenza enorme tra educare attraverso il sostegno ed educare attraverso l’umiliazione.
Prima comprendo. Poi accompagno. Infine aiuto a crescere.
Se mio figlio torna a casa e dice:
«Non voglio più andare ad allenamento. Il mister mi ha trattato male.»
Non devo necessariamente rispondergli:
«Va bene, allora non ci vai più.»
Ma nemmeno:
«Smettila di fare il bambino e vai ad allenarti!»
Potrei sedermi accanto a lui e chiedergli:
«Raccontami cosa è successo.»
«Come ti sei sentito?»
«Qual è stata la cosa che ti ha fatto più male?»
«Cosa pensi che potremmo fare per affrontarla?»
E solo quando si sente ascoltato posso iniziare a lavorare con lui.
A comprendere cosa è accaduto.
A distinguere un rimprovero giusto da un comportamento umiliante.
A riconoscere le proprie responsabilità.
A trovare il coraggio di affrontare la situazione.
Questo è educare.
Non togliere gli ostacoli dalla strada, ma aiutare nostro figlio a sviluppare gli strumenti per superarli, senza sentirsi solo.
«Ai miei tempi…» Quante volte l’ho detto anch’io!
Ora voglio parlare da padre, non soltanto da mental coach.
Se mi chiedete quante volte mi sono comportato esattamente così, la mia risposta è semplice.
Tante volte.
Anch’io ho detto:
«Ai miei tempi…»
Anch’io ho pensato che certe difficoltà fossero piccole rispetto a quelle che avevo affrontato.
Anch’io, qualche volta, ho cercato di risolvere un’emozione prima ancora di averla ascoltata.
Perché è quello che abbiamo imparato.
Perché siamo cresciuti in un mondo nel quale mostrare la fragilità veniva spesso interpretato come un segno di debolezza.
Perché ci hanno insegnato a essere forti, ma non sempre ci hanno insegnato a comprendere cosa significasse esserlo davvero.
E sapete qual è la cosa importante?
Che possiamo cambiare.
Non dobbiamo essere genitori perfetti.
Dobbiamo essere genitori capaci di mettersi in discussione.
Capaci di dire:
«Forse non ti ho ascoltato abbastanza.»
«Scusami, ho sottovalutato quello che provavi.»
«Adesso raccontami. Voglio capire.»
Chiedere scusa a un figlio non significa perdere autorevolezza.
Significa mostrargli che anche un adulto può riconoscere un errore e migliorare.
La vera forza nasce quando un bambino sa che può chiedere aiuto
Nel mio lavoro con giovani atleti e genitori incontro ragazzi che hanno paura di sbagliare.
Ragazzi che cercano continuamente conferme.
Ragazzi che vivono un rimprovero come se fosse un giudizio sul proprio valore.
E ragazzi che, a volte, faticano persino a dire:
«Ho bisogno di aiuto.»
Naturalmente le cause possono essere tante e non possiamo attribuire ogni difficoltà alle parole dei genitori.
Ma il modo in cui rispondiamo alle emozioni dei nostri figli può contribuire a costruire, oppure a indebolire, il loro senso di sicurezza.
Un bambino che viene ascoltato non diventa automaticamente fragile o viziato.
Può imparare che le emozioni sono segnali da comprendere, non nemici da combattere.
Può imparare che sentirsi triste non significa essere debole.
Che commettere un errore non significa essere un fallimento.
Che chiedere aiuto non significa arrendersi.
E soprattutto che il suo valore come persona non dipende da una prestazione, da un voto, da un gol o dall’approvazione di un adulto.
Questa è una delle basi su cui possiamo costruire una forza mentale autentica.
Il momento giusto per insegnare non è sempre quello in cui tuo figlio sta soffrendo
C’è un’altra cosa che vorrei condividere.
Noi genitori abbiamo spesso fretta.
Fretta di dare consigli.
Fretta di correggere.
Fretta di trovare soluzioni.
Fretta di far diventare i nostri figli più forti.
Ma quando un bambino è travolto dalla delusione, dalla rabbia o dalla paura, potrebbe non essere pronto per ascoltare una lezione.
In quel momento può avere bisogno soltanto di sentirsi accolto.
Un abbraccio.
Una mano sulla spalla.
Qualche minuto di silenzio.
Una domanda sincera.
«Come ti senti?»
A volte basta questo.
Poi arriverà il momento di ragionare.
Di parlare di impegno.
Di responsabilità.
Di come reagire a una difficoltà.
Di come fare quel passo in più.
Ma non dobbiamo pretendere che un bambino impari una lezione proprio mentre sta cercando di gestire il suo dolore.
Prima aiutiamolo a ritrovare un po’ di serenità.
Poi accompagniamolo nella crescita.
Cinque parole che possono cambiare il nostro modo di essere genitori
Ascolto
Non interrompo subito per dare la mia soluzione.
Comprensione
Riconosco ciò che prova, anche quando lo vedo diversamente.
Accoglienza
Non lo faccio vergognare delle proprie emozioni.
Responsabilità
Lo aiuto a capire cosa può fare, cambiare o migliorare.
Accompagnamento
Non faccio il percorso al posto suo, ma gli resto accanto.
E se domani tuo figlio smettesse di raccontarti come sta?
Questa è la domanda che vorrei lasciare a ogni genitore.
Se domani vostro figlio tornasse a casa triste, deluso, arrabbiato o impaurito e decidesse di non raccontarvi nulla, come vi sentireste?
Se pensasse:
«Tanto non mi capiscono.»
«Mi diranno che sono debole.»
«Meglio tenermi tutto dentro.»
Non sarebbe forse una delle sconfitte più dolorose per noi genitori?
Io credo che il nostro compito non sia crescere figli che non piangono mai.
Non sia crescere figli che non sbagliano.
E nemmeno figli che affrontano qualsiasi difficoltà senza chiedere aiuto.
Il nostro compito è accompagnare persone che imparino a conoscersi, a rispettarsi, ad affrontare la vita e a rialzarsi.
Persone capaci di essere forti senza dover nascondere la propria sensibilità.
Persone che sappiano riconoscere i propri errori, ma che non sentano di dover chiedere scusa per il semplice fatto di provare un’emozione.
E soprattutto persone che sappiano che, nei momenti più difficili, esiste qualcuno pronto ad ascoltarle.
Il messaggio che vorrei lasciare a ogni mamma e papà
La prossima volta che vostro figlio vi racconta qualcosa che lo ha fatto soffrire, provate a non cominciare con:
«Ai miei tempi…»
Cominciate con:
«Dimmi come ti sei sentito. Ti ascolto.»
Magari, dopo, gli spiegherete che deve impegnarsi di più.
Magari gli farete capire che ha sbagliato.
Magari gli chiederete di assumersi una responsabilità.
Ma fatelo dopo aver compreso cosa sta vivendo.
Perché un figlio non ha bisogno di un genitore che gli dimostri continuamente quanto fosse forte alla sua età.
Ha bisogno di un genitore che lo aiuti a scoprire la forza che può costruire dentro di sé.
E ricordiamoci una cosa:
Non dobbiamo crescere figli che imparino a sopportare in silenzio ogni dolore. Dobbiamo crescere figli che sappiano affrontarlo, comprenderlo e superarlo, senza vergognarsi di chiedere aiuto.
Forse il primo passo per renderli più forti non è chiedere loro di smettere di piangere.
È imparare noi adulti a non avere paura delle loro lacrime.
Matteo Barberi
Mental Coach Sportivo e Business Coach
MB PERFORMANCE — MENTE. EMOZIONI. RISULTATI.











