
Mi preoccupa vedere quanta superficialità ci sia, a volte, in un ruolo così delicato, pieno di emozioni, aspettative e pressioni.
Non entro nelle scelte tecniche. Parlo della responsabilità di chi accompagna la crescita di bambini, preadolescenti e adolescenti. La passione per il calcio, da sola, non basta per lavorare con loro. Servono preparazione, capacità di ascolto e consapevolezza delle parole che si usano.
Un ragazzo può accettare una correzione, una panchina, una scelta difficile. Ma conta come gli vengono comunicate e come viene trattato. Una frase pronunciata con leggerezza da un adulto può restargli dentro ben oltre la partita.
Ci sono allenatori che svolgono questo compito con sensibilità e competenza. Il problema nasce quando il bisogno di vincere, avere ragione o sentirsi importanti prende il sopravvento sulla crescita dei ragazzi. A quel punto dobbiamo chiederci: stiamo lavorando per loro o per alimentare il nostro ego?
Nel mio lavoro incontro tanti genitori che si mettono in discussione, imparano a gestire le proprie aspettative e cercano di diventare un sostegno migliore per i figli. È un impegno che deve riguardare anche chi li allena.
E allora ti chiedo, mister: tu cosa fai per prepararti a questa responsabilità? Come lavori sulla tua comunicazione e sulle tue reazioni?
«Ai miei tempi si faceva così» non può chiudere il confronto. I ragazzi che hai davanti vivono adesso. E meritano un adulto disposto a imparare, proprio come chiede ogni giorno a loro.











