Come il mental coaching può accompagnare i ragazzi dai 12 anni nel prendere decisioni, affrontare l’incertezza e costruire autonomia.

Vorrebbe parlare con l’allenatore, ma rimanda. Ha una domanda, però aspetta che sia tu a farla. Quando gli chiedi che cosa desidera, risponde: «Non lo so. Decidi tu».

Per un genitore può essere difficile capire come intervenire. Insistere? Lasciargli tempo? Risolvere la questione al suo posto?

Nello sport ci sono scelte che durano un istante, come passare o tirare, e altre che richiedono un confronto: chiedere un chiarimento, definire un obiettivo, organizzare gli impegni o valutare se continuare una disciplina.

Sono situazioni diverse. Hanno però un punto in comune: offrono al ragazzo l’occasione di esprimere il proprio punto di vista e assumersi una parte di responsabilità, adeguata alla sua età.

Prima di chiedergli di decidere, ascolta che cosa lo frena

«Devi essere più sicuro di te» può sembrare un incoraggiamento. Ma non chiarisce che cosa rende difficile quella scelta.

Tuo figlio potrebbe temere di deludere qualcuno, non avere informazioni sufficienti o non sapere come esprimere ciò che vuole. Potrebbe anche essere stanco, avere troppi impegni o vivere un contesto nel quale sente poco spazio per fare domande.

Prova a chiedere: «Qual è la parte più difficile di questa decisione?»

Poi ascolta, prima di proporre una soluzione. Se il problema riguarda carichi, orari o comunicazione con gli adulti, serve intervenire anche su questi aspetti.

La fiducia si allena anche attraverso piccole scelte

L’obiettivo che guida il mio lavoro è aiutare il ragazzo a costruire fiducia per prendere le proprie decisioni con maggiore consapevolezza.

Nel mental coaching possiamo partire da situazioni concrete: scegliere un obiettivo da condividere con il tecnico, preparare una domanda, riconoscere un bisogno e trovare le parole per comunicarlo.

Il percorso rispetta l’età, il contesto e le responsabilità degli adulti. Le decisioni sulla salute, sulla sicurezza o sugli impegni familiari richiedono il coinvolgimento delle persone competenti.

All’interno di questi confini, il ragazzo può avere una voce reale.

Un esempio: la domanda rimandata al coach

Immaginiamo un ragazzo di quattordici anni che gioca a basket. È un esempio ipotetico.

Da qualche settimana viene utilizzato in un ruolo diverso. Vorrebbe capire che cosa si aspetta il coach, ma teme che una domanda venga interpretata come una lamentela. Ogni sera dice: «Glielo chiedo al prossimo allenamento».

Il genitore potrebbe telefonare subito e ottenere una risposta. Un’altra possibilità è aiutarlo a preparare il confronto.

Prima si chiarisce che cosa desidera sapere. Poi si trova una domanda semplice: «Coach, su quali due cose vuoi che mi concentri in questo ruolo?»

Infine si individua un momento adatto per parlarne. Il genitore resta disponibile se serve supporto.

Il ragazzo ha così un’azione concreta da provare. Anche se il ruolo non cambia, può ottenere indicazioni e fare esperienza nel comunicare direttamente.

Distinguere i fatti dalle previsioni

«Se faccio una domanda, penserà che sono debole» è una previsione. «Non ho ancora chiesto un chiarimento» descrive un fatto.

Nel lavoro di coaching possiamo esplorare questa differenza anche attraverso lo schema Stimolo–Pensiero–Emozione–Comportamento: che cosa è successo, che significato gli ho attribuito, che cosa ho provato e come ho reagito.

La paura viene ascoltata. Da lì si cerca un passo possibile: formulare una domanda, chiedere aiuto o concordare un momento per confrontarsi.

Lo stesso lavoro può riguardare un tennista che vuole chiarire un obiettivo di allenamento o un giovane runner che fatica a comunicare un sovraccarico di impegni.

Un esercizio: una scelta, un passo, una verifica

Se tuo figlio è disponibile, scegliete una situazione piccola e concreta. Bastano cinque domande:

  1. Che cosa vuoi decidere? Descrivete la questione senza giudicare la persona.
  2. Quali possibilità hai? Individuate due o tre alternative realistiche.
  3. Che cosa ti manca per scegliere? Un’informazione, un confronto o un aiuto?
  4. Quale passo vuoi fare e quando? Lascia che contribuisca a definirlo.
  5. Quando ne riparliamo? Concordate un momento per capire com’è andata.

Evita di trasformare l’esercizio in un interrogatorio. Se la questione è importante o il ragazzo è molto agitato, può essere utile fermarsi e riprenderla in un momento più adatto.

Dopo la scelta, lascia spazio all’apprendimento

Una decisione può portare a un esito diverso da quello sperato. In quel momento, «Te l’avevo detto» rischia di chiudere il confronto.

Puoi chiedere: «Che cosa hai capito? Che cosa vorresti fare diversamente?»

Rivedere una scelta alla luce di nuove informazioni fa parte del percorso. Il ragazzo può imparare a osservare le conseguenze, riconoscere la propria parte e chiedere supporto.

Nel calcio, nel basket, nel tennis o nella corsa, questo è un obiettivo del lavoro di coaching: accompagnarlo mentre costruisce un modo personale e responsabile di scegliere.

Tuo figlio ha dai 12 anni in su e fatica a esprimere ciò che vuole o a prendere una decisione nel suo percorso sportivo? Scrivimi su WhatsApp al 389 040 4629: raccontami la situazione e valutiamo insieme se una prima sessione di coaching da 49 € può essere utile.

Matteo Barberi — Mental Coach sportivo | MB Performance

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