Prima di una gara, di un allenamento importante o di un provino, molti genitori cercano la frase giusta per incoraggiare il proprio figlio. L’intenzione è buona: trasmettere fiducia, ridurre la paura, far sentire la propria presenza. Eppure, proprio nei minuti in cui il giovane atleta sta raccogliendo energie e attenzione, anche una domanda semplice può essere vissuta come una richiesta di risultato.
«Sei pronto?», «Quanti gol pensi di fare?», «Oggi devi dimostrare quello che vali» sembrano frasi motivanti. Per un ragazzo che sente già la pressione della prestazione, però, possono aggiungere un altro compito: rassicurare il genitore, prevedere il risultato o sentirsi all’altezza delle aspettative.
Una domanda che non chiede una prestazione
Prima di iniziare, prova a sostituire le domande orientate al risultato con una domanda aperta:
«Come vuoi che ti stia vicino oggi?»
È una domanda breve, ma cambia la posizione dell’adulto. Non suggerisce una risposta corretta, non chiede di essere sicuri e non promette che la paura sparirà. Lascia al ragazzo la possibilità di dire: «Parliamo d’altro», «Ho bisogno di stare in silenzio», «Ricordami solo di divertirmi» oppure semplicemente «Non lo so».
Anche «non lo so» è una risposta da rispettare. In quel momento il genitore può limitarsi a dire: «Va bene, io ci sono». Il valore della domanda non sta nell’ottenere una confidenza a tutti i costi, ma nel comunicare disponibilità senza invadere lo spazio mentale dell’atleta.
Perché il momento conta quanto le parole
La stessa domanda può essere utile o pesante a seconda di quando viene fatta. Se vostro figlio sta entrando nello spogliatoio, ascolta le indicazioni del mister o cerca concentrazione, potrebbe non avere voglia di parlare. Meglio scegliere un momento tranquillo: durante il tragitto, qualche minuto prima di arrivare oppure a casa, quando la giornata sportiva non è ancora iniziata.
Non serve ripetere la domanda più volte. Una volta posta, lasciate spazio alla risposta. Se arriva un silenzio, non riempitelo subito con consigli, previsioni o paragoni. Il silenzio può essere semplicemente il modo con cui il ragazzo si prepara.
Un esempio ipotetico
Immaginiamo un giovane calciatore che, prima di una partita, appare più chiuso del solito. Il genitore potrebbe essere tentato di dire: «Non devi avere paura, sei più forte di loro». La frase vuole rassicurare, ma mette al centro il confronto e nega un’emozione che il ragazzo potrebbe davvero sentire.
Un’alternativa concreta è: «Come vuoi che ti stia vicino oggi?». Se il ragazzo risponde «Non parlare della partita», il genitore può rispettare quella richiesta e cambiare argomento. Se risponde «Dimmi solo che credi in me», può farlo senza aggiungere obiettivi tecnici o aspettative sul risultato. In entrambi i casi, il messaggio diventa: la relazione non dipende da ciò che accadrà in campo.
Tre errori da evitare
- Trasformare la domanda in un interrogatorio. Una domanda aperta perde efficacia se è seguita da molte richieste: «Perché sei teso?», «È successo qualcosa?», «Hai paura di sbagliare?».
- Correggere subito la risposta. Se il ragazzo dice di essere preoccupato, non è necessario convincerlo immediatamente del contrario. Prima si può riconoscere ciò che prova: «Capisco, oggi la senti così».
- Usare la risposta per dare istruzioni tecniche. Le indicazioni sul gioco spettano allo staff. Il genitore può occuparsi soprattutto della presenza, dell’ascolto e del clima emotivo.
Un esercizio pratico per i genitori
Per le prossime tre occasioni sportive, provate questa sequenza semplice:
- Prima di partire, osservate il vostro impulso: volete rassicurare, correggere o prevedere il risultato?
- Scegliete un momento tranquillo e chiedete una sola volta: «Come vuoi che ti stia vicino oggi?».
- Accogliete la risposta senza aggiungere subito un consiglio.
- Dopo l’attività, verificate con voi stessi se siete riusciti a rispettare la richiesta ricevuta.
Questo esercizio non è una formula magica e non garantisce una prestazione migliore. Serve a rendere più consapevole il ruolo del genitore: offrire una base sicura, distinguendo il bisogno di aiutare dal bisogno di controllare ciò che accadrà.
La presenza che resta anche quando il risultato cambia
Un giovane atleta può sentirsi sicuro, agitato, curioso o confuso. Non deve presentarsi alla gara con l’emozione “giusta” per meritare fiducia. Quando l’adulto lascia spazio, comunica che il rapporto resta stabile davanti a un errore, a una panchina, a una vittoria o a una giornata difficile.
Prima della prestazione, quindi, meno domande sul risultato e più attenzione alla relazione. A volte la frase più utile non spinge in avanti: si mette accanto.
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