Prima di una gara, un giovane calciatore può sentirsi agitato anche quando ama profondamente il suo sport. La paura di sbagliare, di deludere o di non sentirsi all’altezza può comparire nei pensieri, nel corpo e nelle parole. Per un genitore è naturale volerla cancellare con una rassicurazione veloce: «Non devi avere paura» oppure «Andrà tutto bene». L’intenzione è buona, ma il bambino o il ragazzo può percepire che ciò che prova non ha spazio.

Ascoltare la paura non significa ingigantirla. Significa riconoscere l’emozione, aiutare tuo figlio a descriverla e accompagnarlo verso una prima azione concreta. Non serve promettere il risultato della partita: serve offrirgli una presenza stabile mentre affronta ciò che non può controllare.

Quando la paura prima della gara chiede ascolto

La paura può mostrarsi in modi diversi. Qualcuno dice apertamente «Ho paura di sbagliare»; qualcun altro diventa silenzioso, irritabile o continua a controllare borsa e materiale. Questi segnali non vanno interpretati automaticamente come un problema. Sono informazioni da accogliere con curiosità, senza diagnosi e senza interrogatori.

Il primo passo è distinguere l’emozione dal giudizio. «Sono agitato» descrive uno stato del momento. «Non sono capace» trasforma invece quel momento in un’etichetta personale. Un genitore può aiutare a tornare ai fatti con domande brevi:

  • «Che cosa ti preoccupa di più in questo momento?»
  • «Dove senti questa paura nel corpo?»
  • «Preferisci parlarne adesso o durante il viaggio?»

Se tuo figlio non vuole rispondere, puoi rispettare il suo tempo. Anche dire «Va bene, sono qui» comunica disponibilità senza aggiungere pressione.

Un esempio ipotetico: dalla paura al primo passo

Immagina un ragazzo che, prima di uscire di casa, dica: «Oggi sbaglierò tutto». Il genitore potrebbe essere tentato di replicare: «Ma no, sei bravissimo». Una risposta alternativa potrebbe essere: «Sembra che oggi la paura di sbagliare sia forte. Qual è la situazione che ti preoccupa di più?»

Il ragazzo potrebbe rispondere che teme di perdere il pallone al primo passaggio. A quel punto non serve costruire una lunga strategia tecnica. Si può chiedere: «Quando entri in campo, qual è la prima cosa semplice che puoi fare?» La risposta potrebbe essere guardare dove sono i compagni, fare un respiro o cercare un appoggio vicino. La paura non è sparita, ma ora è collegata a un’azione possibile.

L’esempio è volutamente generico: ogni giovane atleta ha tempi e modi diversi. L’obiettivo non è trovare la frase perfetta, ma mantenere aperto il dialogo e restituire attenzione a ciò che dipende da lui.

Tre passaggi pratici per un genitore

1. Dare un nome senza correggere subito

Puoi iniziare con una frase semplice: «Capisco che questa gara ti preoccupa» oppure «Vedo che sei teso». Evita di discutere se la paura sia giusta o sbagliata. Le emozioni non sono voti sulla prestazione: indicano che qualcosa è importante.

2. Rendere concreta la preoccupazione

Una paura generica occupa tutto lo spazio. Una domanda concreta aiuta a circoscriverla: riguarda l’errore, il giudizio dei compagni, la presenza dell’allenatore o il risultato? Non trasformare le risposte in un elenco infinito. Basta individuare un punto e restare lì.

3. Cercare la prossima azione controllabile

Il risultato, la convocazione e le scelte degli altri non sono controllabili. Un giovane atleta può invece scegliere un comportamento iniziale: preparare il materiale con calma, respirare prima di entrare, osservare il campo o comunicare con un compagno. Il primo passo deve essere piccolo e realistico, non un’altra prova da superare.

Una routine breve prima di partire

Puoi proporre una routine di pochi minuti, senza renderla obbligatoria:

  1. Fermarsi: un momento senza indicazioni tecniche né domande sulla prestazione.
  2. Ascoltare: tuo figlio completa la frase «In questo momento mi preoccupa…».
  3. Scegliere: insieme individuate una sola azione semplice per l’ingresso in campo.
  4. Chiudere: ricorda che il tuo sostegno non dipende da minuti giocati, gol o risultato.

La routine non serve a garantire calma o prestazioni migliori. Serve a creare un passaggio ordinato dall’emozione all’azione, lasciando al ragazzo la responsabilità del proprio gioco e al genitore il ruolo di presenza.

Cosa evitare quando vuoi rassicurarlo

  • Minimizzare con «Non è niente» o «Non pensarci».
  • Promettere che sicuramente andrà bene.
  • Aggiungere istruzioni tecniche continue poco prima della gara.
  • Confrontarlo con compagni che sembrano più sicuri.
  • Usare il suo silenzio come motivo per insistere.

Anche una buona domanda, se ripetuta troppe volte, può diventare pressione. Osserva la risposta e lascia spazio. A volte il sostegno più utile è un viaggio tranquillo, una presenza coerente e la disponibilità a riprendere il discorso dopo.

Ascoltare non significa eliminare la paura

Un giovane sportivo non ha bisogno di sentirsi sempre sicuro per entrare in campo. Può imparare a riconoscere la paura e a scegliere comunque un’azione utile. Il genitore non deve risolvere ogni emozione: può accompagnare, fare domande essenziali e ricordare che una partita non definisce il valore della persona.

Quando la paura viene ascoltata senza giudizio, non diventa il centro di tutto. Trova un posto nel dialogo e lascia spazio al passo successivo.

Scopri MB Performance Genitori:
https://matteocoachperformance.it/mb-performance-genitori/

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here